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Il
monte Athos è un’impervia cima rocciosa poco più
alta di 2000 metri. Ma la sua slanciata sagoma, simile a
un lungo collo di cigno, si dice che proietti la sua
ombra fino all’isola di Limnos, ormai prossima alle
coste turche. Dalla vetta prende nome anche la penisola,
dita levantina tra le tre che formano la regione della
Calcidica a nord-est della Grecia. E il monte stesso ne
rappresenta l’unghia. Questo piccolo territorio è
soprattutto conosciuto però come Agion Oros, cioè
Monte Santo, poiché da più di mille anni asceti,
anacoreti, mistici, eremiti, monaci e santi ne hanno
fatto luogo sacro e cittadella arroccata della
tradizione religiosa ortodossa. Ancora oggi tra le
precipiti valli dell’intera penisola vigono regole
monastiche poco discoste dagli antichi statuti medievali
e gli stessi monasteri sono concepiti a mo’ di
fortezze, quasi a simboleggiare l’arcigna protezione
della tradizione e la voluta indifferenza alla caducità
dell’umano consorzio che, fuori dall’Athos, si
affanna a creare fittizie verità. Attorno a questi
giardini dello spirito, Maria Madre di Cristo, qui
venerata perchè scelse l’Athos come luogo di
preghiera e ritiro, ha voluto regalare alla comunità
monastica che qui sola vive, una generosa
rappresentazione della natura. Boschi secolari
attraversati da sentieri arricciati sulle coste montane
e tripudi di acque cristalline che velocemente
guadagnano le orride scogliere che si inabissano in un
mare azzurro e puro, che pur farebbe la gioia di avidi
bagnanti se solo non ne avessero il diniego. Ma
nonostante l’evidente principio di clausura oggi Agion
Oros è visitabile e sicuramente consigliabile per
quanti cercano ancora i percorsi della crescita
spirituale. L’esperienza è però negata alle donne
che si devono accontentare di escursioni su battello a
largo delle coste e che comunque permettono di osservare
a distanza i monasteri che si affacciano sul mare.
LO
SCISMA
C’era
una volta la grande famiglia cristiana che già ebbe un
duro colpo dalla divisione imperiale di Bisanzio. E
quell’impero, che tanto era abituato a volgersi
con interesse verso levante fin da Alessandro il
Macedone, racchiuse la sua chiesa girando le spalle a
Roma e all’Occidente. Gli interessi economici in
primis e certe pratiche liturgiche stabilirono la
frattura. Correva l’anno 1054 e tra il Patriarca
Michele Cerulario e il Papa Leone IX volarono reciproche
scomuniche. Il popolo ortodosso gioì. Si stabilì così
l’indipendenza dei riti. A tentativo di
riunificazione, all’inizio del XIII sec., il Papa
Innocenzo III scagliò la sua offensiva militare
dirottando la IV crociata dalla Terra Santa alla volta
di Costantinopoli. Dopo quasi 60 anni i bizantini
ripresero il potere per riperderlo e riconquistarlo
successivamente. Da allora ad oggi le divergenze tra le
due grandi correnti cristiane non si sono placate e
Agion Oros, in quanto cuore dell’ortodossia, ne
rappresenta in pieno l’essenza dello scisma. Basti
pensare che quando, recenti fatti, in segno simbolico di
riavvicinamento, il Patriarca di Costantinopoli e il
Papa si sono abbracciati, sul Monte Athos le campane
hanno suonato a morto.
Nel monastero di Megisti Lavra
campeggia ancora in bella cornice la stampa di un
dipinto che ritrae la caravella ortodossa con a bordo la
Madonna, inutilmente attaccata dal Papa, dagli ebrei,
dagli ottomani, da Lutero e dai crociati, definiti tutti
anticristo. Molti monaci, pur non potendo epurare i non
ortodossi dal luogo sacro dell’Athos, non mancano di
manifestare, senza troppa diplomazia, il loro disappunto
nei confronti soprattutto dei cattolici. I non
battezzati, così vengono definiti gli extraortodossi,
anche accendendo una sola candela votiva possono
profanare la sacralità del luogo. E si pensi a quante
reliquie, quanti manoscritti, codici e incunabili sono
preclusi a fedeli e infedeli, perchè l’Athos
significa gelosa conservazione dei suoi tesori. Un
atteggiamento che ha comunque permesso di tramandare una
tradizione medievale pressocchè integra. Solo negli
ultimi anni sono arrivati il telefono e l’energia
elettrica spesso prodotta da pannelli solari. Solo negli
ultimi anni ci sono state evidenti ristrutturazioni
architettoniche utilizzando nuovi materiali edili, le
terre vengono coltivate, almeno nei monasteri più
ricchi, con moderni mezzi agricoli e l’acqua è stata
captata dalle sorgenti e portata ovunque. Ma il tempo
continua ad essere scandito secondo ritmi antichi. Un
orologio, a Megisti Lavra, scandisce le 12, ma secondo i
nostri cronografi sincronizzati sui tempi civili sono le
19. L’ora zero per i monaci è l’alba.
VISTO
DALL’ATHOS
Dopo
il classico iter burocratico, leviamo l’ancora da
Ouranopolis col ferry boat delle 9 e 45. È la terza
volta che torno ad Agion Oros, la seconda con mio figlio
Michele e con gli amici Franco, avvocato appassionato di
spiritualità e Stefano, banchiere anomalo e
viaggiatore, la prima volta con Dario, figlio di Franco,
Gianluca, ricercatore e direttore del Museo Polare di
Fermo, Platone, amico greco, unico ortodosso e
trait d’union linguistico. Il battello non passa
lontano dalla costa per cui preferiamo affrontare i
rigori dei gelidi venti marzolini sul ponte della nave
piuttosto che perdere le cittadelle arroccate dei
monasteri che sfilano austere sui contrafforti montuosi
tra gli striduli richiami dei gabbiani. Il primo
monastero a comparirci a prua è Dochiariou, la cui
tendenza a stringersi attorno alle torri ricorda, molto
liberamente, le immagini delle cittadelle germaniche di
Bosch. Dochiariou è dedicato agli arcangeli, poichè si
ricorda di un miracolo di cui fu protagonista un giovane
pastore. Costui trovò un tesoro in una grotta del
vicino dito calcidico di Sithonia e riportò
l’avvenimento all’abate, il quale inviò due monaci
a verificare l’esattezza della notizia. I due, di
fronte alla magnificenza degli ori, persero la testa e
gettarono in mare il ragazzo. Nascosero il tesoro e
tornarono al monastero dicendo che il pastore era
scappato con tutte le ricchezze. Ma la sera stessa
sull’altare della chiesa ricomparve il pastorello
ancora tutto bagnato che disse che a salvarlo erano
stati gli arcangeli. Non molto distante da Dochiariou
ecco il monastero di Xenofondos, anch’esso affacciato
sul mare. L’attracco al suo porticciolo è atteso da
un gruppo di monaci in evidente eccitazione per
l’arrivo di una nuova cisterna per l’acqua. I
barbuti in tonaca nera si accalcano attorno all’enorme
cilindro di plastica e come un’affiatata compagnia di
facchini lo fanno scivolare a terra. Il traghetto
riparte e poco dopo attracca ai piedi del monastero
russo San Pandeleimonos. Le sue cupole verdi richiamano
architettonicamente le torri del Cremlino e la sua
grandezza non giustifica la presenza stanziale di sole
due dozzine di monaci. È l’effetto di uno
spopolamento che dalla prima guerra mondiale non ha
avuto più recessione. Basti pensare che la comunità
russa raggiunse la cifra di duemila monaci riuscendo a
vincere la diatriba con il Patriarca di Costantinopoli
riguardo la celebrazione liturgica in lingua russa. Ma
ciò che è successo a San Pandeleimonos è anche il
destino di tanti altri monasteri. Il Monte Athos è da
sempre stato la culla della religione ortodossa e luogo
sacro per tutti i fedeli della chiesa d’oriente.
Rumeni, serbi, bulgari e appunto russi si sono sempre
adoperati per costruire e mantenere i loro monasteri ad
Agion Oros, convivendo con la comunità monastica greca
che pur deteneva la maggioranza e si sentiva a casa
propria. Ma l’internazionalismo ortodosso avrebbe
subito nel XX sec. un deciso cambio di tendenza, colpa
anche delle politiche dei rispettivi stati. Si tornò a
parlare di chiesa nazionalista ed Agion Oros subì un
processo radicale di ellenizzazione che mano a mano
ridusse la presenza di monaci non greci. Il capolinea
del ferry boat è Dafni: 4 case, un autobus, qualche
taxi, un bar, un ristorante, la posta, un negozio di
souvenir e la stazione di polizia. Il tempo per un pasto
frugale a base di feta e spinaci e subito a bordo di un
altro battello che completa la navigazione della costa
ovest. Poco dopo si profila in alto, appoggiata su uno
sperone di roccia, la sagoma di Simonos Petras,
indubbiamente l’insediamento più aereo di tutto l’Athos.
Non sembra azzardato il paragone con Tabo, il
monastero tibetano nella valle di Spiti, anch’esso
dominante dal culmine di una precipite roccia. Prendiamo
terra finalmente sotto le mura di cinta di Grigoriou, il
monastero fondato appunto da Grigoriou che è tutt’ora
considerato come uno dei principali rappresentanti
dell’esicasmo, pratica di orazione mentale già in
auge nel XIV sec. e molto vicina ai metodi ascetici
orientali. La sua origine nasce dal pensiero che
l’umana comprensione non può arrivare a Dio e solo
trasferire la preghiera dall’intelletto al cuore
permette di collegarsi con i misteri divini.
L’orazione è incessante per tutta la giornata,
ripetuta in silenzio come un mantra e va accompagnata
con cadenze ritmiche del respiro sincronizzato con la
preghiera. A quel punto è il battito cardiaco che
arricchisce l’orchestra come a creare un’armonia
celeste in cui la ragione cessa di esistere. L’esicasmo
rappresenta proprio l’essenza del monte Athos: il
silenzio, la solitudine, l’austerità, il rigore, la
vita devota e pura. Concetti così vicini alle pratiche
mistiche dell’estremo oriente che rendono gli athoniti
una sorta di yogi bizantini. Più vicini a Milarepa che
a San Francesco. Numerose leggende narrano tutt’ora di
monaci che levitano o che sciolgono le nevi con
l’ardore della preghiera come certi mistici tibetani.
Per noi, invece, il ritmo è dettato dalla sequenza dei
nostri passi che, dopo la visita, lasciano Grigoriou per
dirigersi verso il monastero di Dionisiou. È solo poco
più di un’ora di cammino ma i pesanti zaini e le erte
piagge ci proiettano da subito in un silenzio quasi
esicastico. Come i pellegrini fanno da millenni
percorriamo boschi e ripidi pendii montani fino a che i
contrafforti di Dionisiou fanno capolino tra le cime
degli alberi. È un’emozione indicibile. Saliamo la
rampa che ci introduce nel chiostro centrale dove si
affacciano celle, refettori e cappelle. Come tradizione,
ai viandanti affaticati, vengono offerti ristori dall’Archondaris,
il padre addetto alla foresteria. Si tratta di acqua
fresca, a volte caffè turco, un bicchierino di un
distillato all’anice e dei dolcissimi cubetti a base
di miele addensato al sapore di petali di rosa meglio
conosciuti come loukoumi. L’Archondaris ci accompagna
nella nostra camera fornita di biancheria e asciugamani,
la cui finestra si affaccia sulle scogliere a picco sul
mare. Ci è consentito partecipare alla liturgia
vespertina seduti nel coro di legno in un’atmosfera
mistica ma oscura dove i profondi canti la fanno da
padrone. I monaci e i fedeli baciano continuamente le
icone, rappresentazione visibile in terra del mistero
divino. Gli iconografi, così sono chiamati i pittori di
icone, non sono come i nostri artisti occidentali,
maestri che lavoravano su commissione, ma monaci in
odore di santità. Come nella preghiera del cuore anche
la rappresentazione del divino passa attraverso la
spersonalizzazione dell’artista, quasi come
un’ispirazione pura in cui la mano del pittore non usa
solo la sapienza tecnica ma è guidata dall’afflato
mistico. Dopo la funzione ci attende il pasto serale nel
magnifico refettorio. In periodi di quaresima, come
quello in cui siamo capitati noi, il menù, pur sempre
vegetariano, è ancora più povero e frugale, con
ingredienti esclusivamente coltivati nell’orto del
monastero. Per i monaci ortodossi il pasto è la
naturale prosecuzione liturgica. Non a caso sull’Athos
tutti i refettori hanno la stessa grande magnificenza
delle cappelle e sono puntualmente affrescati con
immagini sacre
Durante il desco, nell’assoluto
silenzio, risuona solo la voce di un monaco che legge le
letture sacre, la cui fine sancisce l’uscita dal
refettorio. È sera e nell’essenziale e mistica
atmosfera di Dionisiou incontriamo Padre Kalinikos, da
ormai 40 anni residente qui. I suoi occhi e le sue
movenze sono così dolci e misurati che non riesce a
nascondere la sua grande conquista interiore. Grazie a
Platone e alle sue traduzioni conosciamo un cuore pieno
d’amore e di preghiera. Al mattino, al nostro congedo,
in segno di umiltà e fratellanza ci bacia le mani;
gesto che compenserà l’astio di altri suoi
confratelli nei confronti di noi cattolici. La giornata
è limpida e fresca, ideale per la sgambata che ci
attende. Dopo un’ora di cammino a mezza costa
raggiungiamo il monastero di Aghio Pavlou fedelmente
ricostruito dopo la totale distruzione dei turchi del
1821 che punirono così l’adesione dei monaci alla
lotta di liberazione greca. La cinta muraria si affaccia
sul limpido mare sottostante ed ha come cornice gli
innevati contrafforti della cima dell’Athos. Il
sentiero sale e la fatica si fa sentire. Raggiungiamo un
complesso di edifici non fortificati e per questo
chiamato skita. Politicamente le skite sono
l’equivalente delle frazioni di un comune mentre i
monasteri ne sono i capoluoghi. L’intero Monte Santo
è diviso in 20 unità territoriali corrispondenti ai 20
principali monasteri. In ogni area ci sono appunto le
skite e altre piccolissime comunità di monaci e
eremiti. Ogni monastero ha il suo rappresentante, eletto
annualmente, che fa parte di un sinodo, di cui è membro
anche un governatore dello stato greco, che esercita il
potere esecutivo per tutto l’Athos. La skita di Aghia
Annis, dove noi sostiamo per il pranzo, è una delle più
grandi ed è particolarmente famosa per la sua vocazione
pittorica di icone. Mentre pasteggiamo seduti su un
muretto, dei carpentieri albanesi, sotto la supervisione
di un monaco, stanno caricando i detriti su gerle poste
a dorso di cavallo. Lo fanno nell’unico spiazzo
possibile che altro non è che un eliporto. L’immagine
di un trasporto così arcaico quale il cavallo a fronte
di un terminale così tecnologico ci fa sorridere.
Superata Aghia Annis la salita procede aspra e senza
tregua fino ad arrivare a circa 900 metri di altezza.
Oltrepassiamo il culmine da cui diparte l’unico
sentiero per la cima dell’Athos (escursione faticosa
da affrontare con perizia e attrezzatura idonea ma che
regala emozioni straordinarie) e ridiscendiamo verso la
skita di Kerasia. Non abbiamo prenotato il pernotto e
temiamo il diniego ma confidiamo nella compassione verso
il pellegrino affaticato. Lungo il percorso che aggira
le nevi del Monte Athos incontriamo un monaco boscaiolo
a dorso di mulo. Una volta per i monaci era strettamente
proibito salire in sella ad animali ma quando, nel X
sec., il santo Atanasio, fondò il primo monastero della
penisola dell’Athos (Megisti Lavra) e scrisse su
pergamena lo statuto che avrebbe regolato la comunità
religiosa, abolì per ovvii motivi, tale diniego.
Kerasia è un piccolo nido d’aquila arroccato sopra
una gola a V, da cui in lontananza fa capolino
l’azzurro del mare. Architettonicamente, come gran
parte delle skite, Kerasia non ha certo i fasti e la
monumentalità dei principali monasteri, ma la sua
amenità e la sua falegnameria ne fanno uno dei più bei
luoghi da noi visitati. Padre Kristoforos ci accoglie
con il sorriso, dote non particolarmente diffusa in
Agion Oros, e ci regala la possibilità di pernottare in
una vecchia camera di legno scricchiolante che si
affaccia sulle rocce strapiombanti. Una vecchia stufa di
ghisa al centro della camera e i giacigli di legno senza
materassi ne completano il fascino. Nella falegnameria,
ancora con sistemi antichi, si costruiscono arredi sacri
secondo i vecchi archetipi bizantini. Particolarmente
affascinante la parte decorativa degli intarsi.
L’indomani, dopo un sonno rigenerante e una necessaria
colazione preparata con i nostri fornelli da viaggio,
decidiamo di raggiungere la sommità di un’affilata
cresta rocciosa che si erge sopra la profonda gola di
Kerasia. Scorgiamo, dalla skita in cui ci troviamo, una
croce proprio sulla vetta che sembra particolarmente
aerea e strategica per una grande visuale dall’alto.
Nascondiamo gli zaini tra il fogliame del bosco per
permetterci una più agile ascesa sul ripido pendio
della montagna e dopo poco più di un’ora siamo in
cima. Ci accoglie una piccola chiesetta dedicata al
profeta Elia e soprattutto un’indimenticabile vista
sui contrafforti del monte Athos e sulla tavola marina
che da qui, a più di mille metri d’altezza, risplende
lontana decorata dalle ombre maculate delle nuvole.
Riprendiamo il cammino costeggiando l’unghia della
penisola del Monte Santo che ci porterà nel versante
est del dito calcidico. Tra la lussureggiante
vegetazione si snodano i chilometrici sentieri che solo
la certosina pazienza secolare dei monaci ha lastricato
di pietre incassate a mano sul terreno. È come
camminare sulla storia, ma una storia che ancora
riconosce l’importanza di questi camminamenti solcati
per di più da bestie da soma, pellegrini e monaci. E
per quanto le carreggiabili sono l’ennesima modernità
che Agion Oros si concede, le mulattiere dei boschi sono
ancora curate come strade di grande comunicazione.
Giungiamo alfine al grande monastero di Megisti Lavra,
il più antico dell’intero Monte Athos. Fu costruito
nel 936 da Sant’Atanasio che così costituì il primo
cenobio della penisola anche se la vocazione spirituale
del Monte Santo si era già manifestata da tempo con la
presenza di eremiti e mistici che avevano insediato il
territorio. La leggenda vuole che al momento della
costruzione della cappella che doveva essere dedicata ai
santi medici persiani Cosma e Damiano si utilizzarono
pietre di templi pagani. Pietre indemoniate che
puntualmente crollavano al momento della messa in opera.
Solo la straordinaria fede di Sant’Atanasio rese
sterile il disegno del maligno e in una notte, da solo,
eresse la cappella. In vero, però, forse fu lo stesso
demonio che si vendicò del santo facendolo cadere
fatalmente, qualche anno più tardi, da
un’impalcatura. Oggi la sacra reliquia del corpo di
Sant’Atanasio è ancora conservata nella cappella
principale e diffusa è ancora la credenza popolare che
i malfattori e i latini ad essa non si possono
avvicinare senza subirne conseguenze fisiche devastanti.
Non volendo confutarne il mistero noi latini e cattolici
ci teniamo a debita distanza dalla reliquia. Dopo la
notte passata a Megisti Lavra approfittiamo di un
servizio navetta avente orari monastici e alle 6 e 30 di
mattina raggiungiamo il monastero di Iviron. Fu il primo
cenobio non greco fondato sull’Athos alla fine del X
sec. dal monaco georgiano Giovanni detto l’iberico.
Iviron, al di là della sua straordinaria bellezza
architettonica, è conosciuto soprattutto per la sua
ricca biblioteca, considerata una delle più vaste
dell’intero territorio balcanico. Ma anche questa
visita ci è preclusa. Qui vige la regola della vita
idioritmica, come in altri pochi monasteri di Agion Oros:
i monaci, a parte le funzioni liturgiche e i doveri
inerenti alla sfera spirituale, seguono per proprio
conto un orario giornaliero indipendente dalla comunità.
Devono provvedere a sé stessi per quanto riguarda cibo
e vestiario. Una sorta di liberalismo ortodosso dove chi
è più ricco può garantirsi anche un appartamento
privato e addirittura, pratica ormai in disuso, i
servizi domestici dei monaci più poveri. Lasciamo
Iviron a piedi per risalire le pendici collinari oltre
le quali c’è il battello che ci attende per tornare
alla società civile. Il sentiero sale tra cascate e rii
d’acqua dolce di cui è particolarmente ricca
l’intera area e tra quei vigneti esposti al sole che
ancora oggi sono la principale fonte di sostentamento
dei monasteri. Il vino di Agion Oros è esportato in
tutto il mondo. Le gambe si sono ormai abituate al peso
dello zaino e speditamente raggiungiamo Koutloumousiou,
monastero recentemente restaurato dove campeggia un
enorme talanton. Il talanton è un asse di legno molto
simile al giogo dei buoi da traino su cui un monaco
addetto batte ritmicamente delle mazze per richiamare la
confraternita alla funzione religiosa. Il suono secco e
acuto riecheggia nei chiostri monasteriali diffondendo
ovunque la solennità del momento. A poca distanza da
Koutloumousiou c’è Karyes, il capoluogo della
penisola dell’Athos. Qui si raduna il sinodo dei 20
monasteri in un palazzo che ospita il centro
amministrativo e il cosiddetto parlamento e su cui
campeggiano la bandiera greca e quella di Agion Oros,
rappresentata da un’aquila nera a due teste su fondo
giallo. Karyes è l’unica località che si presenta
sotto forma di paese civile con alcuni negozi di oggetti
sacri e souvenirs, panetterie, pasticcerie, enoteche e
locande. Un autobus ci riporta all’imbarco. Seduti sul
ponte della nave, sulla via del ritorno, nessuno se la
sente di proferir parola mentre la maestosa sagoma
dell’Athos si allontana. È stato un privilegio per
tutti noi entrare in questo giardino dello spirito e
credo che la preghiera del cuore, forse, riuscirà a
dare altro senso alle nostre solite battaglie
quotidiane.
COSA
FARE PER ENTRARE NEL MONTE ATHOS
La
prima cosa da fare è prenotare l’autorizzazione
all’accesso almeno due mesi prima, visto che tra
pellegrini, fedeli ortodossi, studiosi e monaci non sono
permessi più di 120 ingressi giornalieri. Lo si può
fare via telefono o fax presso l’Ufficio Visitatori
del Monte Athos di Salonicco (00300310833733). Occorre
segnalare i propri dati anagrafici e il giorno previsto
di ingresso. L’ufficio provvederà nel giro di poco
tempo ad inviare conferma della prenotazione. Siccome
l’accesso ad Agion Oros è consentito solo via mare
con un battello che parte da Ouranopolis è anche
consigliabile, almeno una settimana prima, prenotare
telefonicamente il posto allo 00302377071421. Ogni
giorno ci sono tre partenze: alle 8 e 30 e alle 10 e 15
con la motonave veloce e alle 9 e 45 con il ferry boat.
Prima di partire con il battello bisogna espletare le
formalità burocratiche acquisendo il visto d’ingresso
presso l’ufficio preposto di Ouranopolis che ha già a
disposizione l’elenco dei prenotati. Il visto
personale costa 30 euro e dà diritto a 4 giorni e 3
notti di soggiorno nel monte Athos. Una volta entrati
saranno le comunità monastiche a garantire vitto e
alloggio gratuiti presso i refettori e le foresterie dei
monasteri a patto che si rispettino alcune regole
basilari: a) la prenotazione telefonica almeno una
settimana prima; b) l’arrivo al monastero entro due
ore prima del tramonto; c) l’adeguamento agli orari
dei pasti (mattutino e vespertino); d) l’atteggiamento
di rispetto nei confronti della sacralità dei luoghi
(abbigliamento consono, divieto di fotografia agli
interni a meno di un permesso speciale, divieto assoluto
di riprese video, divieto di fumare all’interno dei
monasteri, rispetto del silenzio e degli orari
monastici). Per gli ortodossi del Monte Santo non
esistono turisti ma solo fedeli e pellegrini.
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