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A Kathmandu
piove. Piove ormai da un mese. Quasi che il cielo
volesse lavare i peccati di questa terra martoriata
dagli odi. Piove sul palazzo reale dove un sovrano non
amato dal popolo ha usurpato lo scettro con la violenza
secondo l’archetipo shakespeariano di Elsinore in
Danimarca. Piove sui cortei incessanti dei maoisti,
indottrinati da una politica anni ’50 neanche più
riconosciuta nella stessa Cina. Piove sulle terrazze dei
locali di Thamel dove i gruppi rock combattono
un’assurda battaglia a suon di decibel nella vana
speranza di attirare un turismo internazionale ormai
sempre più fugace, proteso com’è ad accelerare i
tempi per raggiungere le alte valli montane. E noi
piccola comitiva, più vicina all’armata Brancaleone
che ad un vero gruppo di sportivi pronti ad una
spedizione himalayana, noi, qui a Kathmandu, a schivare
pozzanghere e petulanti venditori di balsamo di tigre.
Siamo sette anime erranti, eterogenee, dai 19 ai 71
anni, che alla fine del viaggio, troveranno una sintonia
insperata. Ma si sa: le difficoltà del procedere creano
veri compagni di viaggio. A pochi chilometri dalla
capitale c’è Kirtipur, cittadina adagiata su uno dei
colli che s’affacciano sulla verde distesa di riso
conosciuta come la valle di Kathmandu. Villaggio Newari,
cioè di quella primaria etnia nepalese che poi fondò
la grande città. Il sistema tribale è ancora vivo e
vegeto e il mantenimento delle specifiche tradizioni
sembra coinvolgere trasversalmente le varie generazioni.
La nazione unisce ma le differenze sono mantenute e
rispettate. Così come le religioni: induisti, buddhisti
e musulmani convivono in un sincretismo esemplare.
Swambayanath, meglio conosciuto come il tempio delle
scimmie, ne è una rappresentazione. Attorno alle are
dedicate a Shiva si odono continuamente i cigolii dei
cilindri rotanti che levano i mantra a Buddha. Kirtipur
è anche sede universitaria e allo CNAS (Centro Studi
Nepalesi e Asiatici) incontriamo l’antropologo Dilli
Ram Dahal. Ci accompagna nei meandri della biblioteca
d’istituto levando di continuo consunti libri dalle
scansie, come li avesse archiviati lui stesso.
“Humla… Humla… Nessuno ancora si è dedicato
approfonditamente alle popolazioni dell’Humla. E’ un
distretto poco conosciuto anche in Nepal”. E’ la
conferma di quanto avevamo percepito dalla navigazione
in internet. Una sola pubblicazione trovata, di taglio
fotografico e di origine americana: Hidden Himalaya.
“Da quel che so è abitata da etnie d’origine
tibetana, ma aventi caratteristiche uniche. Popolano
valli remote e pressocchè isolate. E l’isolamento
produce differenziazione. Qui c’è un interessante
studio dell’antropologo francese Levine sul tema della
poliandria”. La poliandria è il matrimonio di una
donna con più uomini appartenenti alla stessa famiglia,
essenzialmente fratelli. Ciò permette di non dividere e
quindi depauperare il patrimonio, in ispecie sotto forma
di terre coltivabili, accumulato. “Ma come vi è
saltata in mente l’idea di raggiungere l’Humla?”.
Forse c’è un desiderio ancestrale di ritrovare il
paradiso perduto, di recuperare quell’essenza ferina
sedata, a dirla con Jean Jacques Rousseau,
riarmonizzarsi con la natura, col mistero e
coll’imprevedibile. Le nostre linee guida, tracciate
dagli scritti del grande orientalista Giuseppe Tucci, ci
conducono dove i passi sono dettati da una saggezza
millenaria, lontani da un mondo scontato in cui tutto è
diventato solo “noioso transito di cibo”. L’Humla
è così remota che soddisfa il nostro desiderio di
unicità. Colorata nelle mappe fisiche esclusivamente di
marrone, rare macchie chiare, per il resto solo intensa
scurezza, l’Humla è una piccola regione himalayana
del Nepal nord occidentale ai confini con il Tibet.
Sarebbe un regolare rombo se non avesse subito un deciso
morso alla propaggine nord occidentale dal distretto di
Taklakot, o Purang che si voglia, in Tibet. E’
interamente segnata dalla pennellata arricciata del
fiume Karnali che rombando si fa spazio tra le precipiti
pareti montane per innestarsi poi in pianura nel grande
bacino sacro del Gange. Nel Karnali confluiscono a
perpendicolo tutta una serie di strette vallate rese
profondamente a V dallo scorrere dei vari khola, i fiumi
nepalesi, e il sentiero che vuole costeggiare il grande
solco del fiume è costretto ad attraversarli sopra
traballanti ponti di legno. L’acqua scivola ovunque,
sputata dalle viscere della terra o fragorosamente in
volo dalle sommità montane. Eppure questo enorme
patrimonio si disperde del tutto a valle. Nessuna
captazione, nessuna diga, nessuna centrale idroelettrica
e i villaggi continuano a restare senza corrente; spesso
l’acqua potabile è così lontana dalle case che
un’incessante processione di bimbi accorre alle fonti
più vicine con contenitori di tutti i tipi. E’ vero:
l’acqua è ovunque, anche sulle nostre teste; da tre
giorni non smette di piovere. Da che siamo partiti a
piedi da Simikot il cielo non ci ha ancora regalato una
spera di sole e quando il cammino si inerpica sul
versante sud, abbandonando la costa del sentiero
principale verso il Tibet, quell’acqua diventa neve.
Superiamo un passo di 4.500 metri avvolti da nebbie e
gelo e scendiamo precipitosamente al villaggio di Charla,
così remoto e sospeso nel nulla da apparire irreale e
impalpabile. Le case come tumuli di pietra irregolari,
con i muri a secco coesi dall’unico cemento
disponibile: lo sterco di yak. Ovunque, sui tetti piani
livellati da sola terra battuta, i frutti del raccolto
recente: granaglie d’orzo o grano saraceno, spighe e
paglia, cataste di legna. La dieta di queste popolazioni
è così povera che lo stesso latte materno è privo di
sostanze nutritive e la malnutrizione è fenomeno così
diffuso che l’Humla annovera uno dei tassi di mortalità
infantile più alti del mondo. L’assistenza sanitaria
del tutto assente, i farmaci irreperibili e quando ci
sono non si sa come usarli. Spesso siamo stati costretti
a garantirci la corretta posologia quando, a richiesta
d’intervento medico da parte di persone malate
incontrate nei villaggi, propinavamo le nostre scorte
farmaceutiche. Gli sciamani, l’antica medicina
tradizionale, sono ormai in via di estinzione. C’è
stata una guerra intestina tra il lamaismo buddhista e
la religione Bon. Quest’ultima, pur ispirata ai
fondamenti del principe Siddharta, riconosceva nella
figura dello sciamano il tramite con le divinità. Il
conflitto dei riti era evidente specie riguardo il
sacrificio animale assolutamente non contemplato dal
buddhismo, che al contrario rispetta ogni forma vivente
in quanto parte del ciclo delle reincarnazioni. Una
guerra persa dalla religione autoctona Bon che ormai
sopravvive solo nei villaggi più remoti. A Charla
l’ultimo sciamano risale a 35 anni fa. Fu cacciato dai
monaci del monastero del vicino villaggio di Yalbang che
ancora oggi non sembrano aver dimenticato le vecchie
diatribe. Quando arriviamo ci accoglie una sorta di
sindaco del villaggio anche se lui ci tiene a precisare
che non esiste alcun leader ma solo un consiglio di
rappresentanti che ogni sera si riunisce a cerchio,
perlomeno nella stagione estiva, nello sterrato centrale
per decidere delle sorti della comunità. Charla, narra
la leggenda, fu fondato da un mercante di sale
proveniente dal Tibet che giunto in prossimità della
valle incontrò uno stregone. Costui chiese in dono del
sale ma il mercante non acconsentì. Allora lo sciamano
lanciò una maledizione e tutto il sale si trasformò in
pietra. Dapprima ci fu la disperazione ma poi il
mercante se ne fece una ragione ed utilizzò quelle
pietre per costruirci le prima case del villaggio.
Effettivamente solo un sortilegio poteva far nascere un
insediamento in una località così amena, talmente
amena che il Regno del Nepal si è accorto solo 50 anni
fa della sua esistenza. Il sindaco ci invita a bere un tè
tibetano nella sua casa. Nessuna finestra e le porte così
basse che ti costringono a continue prostrazioni. Un
solo punto luce sul tetto che principalmente serve come
sfiato al fumo del fuoco continuamente acceso. La luce
attraversando dall’alto la densa cortina sembra uno
spot teatrale. L’atmosfera è irreale, i nostri occhi,
irritati dal fumo, fanno fatica a mettere a fuoco le
ombre che si muovono silenziose attorno a noi, l’aria
irrespirabile. Il monossido di carbonio sprigionato
dalla combustione è una delle cause principali delle
intossicazioni e morti, specialmente di donne e bambini,
di queste popolazioni. In gran parte si usa il fuoco
vivo anche se, da qualche anno, una stufa progettata a
Nepalgunj dotata di canna fumaria, sembra stia
diffondendosi rapidamente. Dopo cinque giorni di cammino
traversiamo il passo del Nara La, a 4.600 metri
d’altezza. Lo strappo finale è così ripido che
sembra di percorrere uno scivolo di centinaia di metri
al contrario. Dalla sommità, sempre segnalata dalla
bandiere votive lacerate dal vento, la vista si apre
sull’alta valle del Karnali che entra in Tibet. A
perdita d’occhio le bianche cime senza nome fino alla
faccia sud del Gurla Mandhata, la vetta che qualche anno
fa, durante il nostro pellegrinaggio al Lago Manasarovar
in Tibet ci fece sempre da punto di riferimento con il
suo versante nord. Il sentiero scende di nuovo tagliando
i contrafforti di una scoscesa montagna che per la sua
colorazione bruna e per l’assenza totale di
vegetazione somiglia, per evocazione, alle valli montane
dell’Afghanistan. Ed eccoci infine ad Hilsa, il
villaggio frontiera. Oltre il ponte c’è il Tibet,
anzi la Cina. Il piccolo agglomerato di Sher ne è
l’avamposto e da lì transitano tutte le merci di
contrabbando che arrivano al grande mercato di Taklakot.
Dall’Humla si importa sale, pelli di leopardo delle
nevi, ciotole di legno, essenze erboristiche. La Cina,
dal suo canto, è pronta per inondare di ritrovati
tecnologici il Nepal, ma, al momento si limita a vendere
riso e colorati pacchetti di noodles, caramelle, spezie
e conservati di tutti i tipi. Hilsa, come tutte le
località di frontiera è sporca. Ovunque, attorno alle
case, cartacce e sacchetti che vorticano nei mulinelli
del vento ed anche un semplice tè, frettoloso ed
incurato, preso in una locanda, sarà foriero per me, il
giorno dopo, di una colica gastrointestinale. Da Hilsa,
con un’inversione a U, si rientra in territorio
nepalese, lasciando alle spalle la valle del Karnali per
entrare in quella di Limi. L’anello si richiuderà a
Simikot traversando, con più di dieci giorni di
cammino, territori sopra i 4000 metri d’altezza e
raramente transitati. L’ambiente è fin da subito
maestoso, cinto da vertiginose pareti rocciose
strapiombanti che a volte sembrano ostruire
definitivamente il passaggio. Eppure il sentiero si
infila in gole, serpeggiando, guadagnando terreno tra i
pazienti scavi umani della roccia, inerpicandosi sopra
guglie per poi ridiscenderle tra massi caoticamente
disposti. La vegetazione d’alto fusto ormai scomparsa
lascia posto a quel paesaggio desertificato che
caratterizza il vicino altopiano tibetano. La nostra
carovana d’uomini e animali procede lentamente e a
vederla, da più lontano, sembra miracolosamente appesa
sui contrafforti precipiti della montagna. Nessun altro
all’orizzonte. Lontani dal mondo, dal nostro mondo
tecnologizzato: nessuna auto, nessun rumore se non
quello delle acque, del vento e dei fischi dei nostri
carovanieri che guidano gli asini. Soli, profondamente
soli con noi stessi, alla ricerca delle estreme risorse
psico-fisiche per procedere. Il primo giorno della Limi
Valley lo ricorderò per sempre. La colica notturna mi
aveva stordito: diarrea, vomito e febbre alta. Camminavo
per forza d’inerzia, come in un sogno. I miei compagni
d’avventura, preoccupati, mi vedevano decisamente
sbandare sul ciglio del sentiero ma i miei passi
continuavano imperterriti. Quell’aria sottile, quella
luce abbacinante del sole, quel blù cobalto del cielo e
le sfocature delle mie visioni, tutto rendeva il mio
procedere come una sorta di miraggio, un galleggiamento,
anzi un volo. Eppure mai si annidò in me la paura,
l’idea di essere lontano, lontanissimo, da qualsiasi
soccorso medico. Vissi tutto con quella leggerezza che
solo luoghi come questi ti permettono, così armonizzato
con la natura e con un concetto così alto del divenire
che solo rare volte nella vita ci è permesso vivere.
Anzi, forse, fu proprio questa buona predisposizione che
mi ha permesso di alzarmi il giorno successivo come se
niente fosse accaduto. Tra i ricordi di quel giorno non
posso dimenticare quando, ai piedi dell’ultimo strappo
della tappa, ormai disidratato, mi sono accasciato a
terra sconfitto dallo sforzo. Ebbene, una delle nostre
guide, Tsering, alto almeno 15 cm meno di me e di 20 kg
più leggero, ha legato due sciarpe tra di esse e, al
modo dei mitici trasportatori himalayani, cioè
caricando tutto il peso sulla fronte, mi ha trascinato
in cima al passo dove era previsto il nostro
accampamento. La mia tenda era già montata al riparo di
una grande pietra con su inciso il mantra Om Mani Padme
Hum. E’ vero che questi ragazzi, questi uomini veri
direi, sono adattatissimi a fatiche del genere a queste
quote ed è anche vero che hanno un’etica del lavoro e
delle responsabilità da cui non si sottraggono mai, ma
le attenzioni di cui son capaci, la dedizione verso ogni
componente del nostro gruppo dimostrano un equilibrio ed
una forza ormai quasi scomparsa in occidente. Le storie
degli sherpa che hanno accompagnato le numerose
spedizioni sulle cime himalayane sono ormai diventate
leggenda. Le nostre guide, i nostri portatori non
abitano nella regione del Sulu-Khumbu e non sono di
etnia sherpa, vivono o a Simikot o a Kathmandu, ma
mantengono anche essi quella meravigliosa disponibilità,
quella forza d’animo, quella incredibile capacità
d’adattamento e quell’essenzialità creativa che
solo i popoli lontani dalle decadenti città, che vivono
costantemente a contatto della natura, che non sono
schiavi della tecnologia e della burocrazia, che
mantengono vive le tradizioni degli avi e rispettano il
sacro e il divino, riescono a comunicare.
Durante il
nostro trekking, era ormai consuetudine del tardo
pomeriggio giungere all’accampamento della sosta
prevista e trovare la grande “tenda/ristorante” (così
l’avevamo ribattezzata noi) allestita con tavolo,
tovaglia e una tazza di tè fumante pronta. Era un
piacere poi vedere Maila, il cuoco silenzioso e sempre
sorridente, primo cuciniere al mondo ad aver raggiunto
la cima dell’Everest, armeggiare con i suoi fornelli
da campo per prepararci con mezzi di fortuna dei
succulenti manicaretti, improbabili per queste remote
lande come la pizza o lo strudel. E ancora, Chandra,
detto Sibì, la prima guida o sirdar come si definisce
in nepalese, che con la sua calma determinazione sapeva
coordinare tutti i reparti della spedizione e cogliere
qualsiasi nostro malumore sapendolo immediatamente
risolvere con l’attenzione e l’intelligenza di un
fine psicanalista. Shankar, la guida in seconda, dalla
risata sonora e contagiosa, sempre pronto a cogliere i
momenti di affaticamento di ognuno di noi e a sostenere
ed aspettare chi, di tanto in tanto, si attardava nel
cammino. E infine, il già citato Tsering, apripista
sulla neve, padrone della rotta, spola tra i reparti in
cammino. Credo che, a misurarlo, il suo percorso sia
stato il doppio degli altri. E gli instancabili
portatori che, giunti all’accampamento dopo una tappa
media di 7 ore portando sulle spalle almeno 30 kg di
bagaglio, ci aiutavano pure a montare le nostre tende.
Dopo la cena, quando ognuno rientrava nel suo sacco a
pelo, ci sentivamo sereni in quel dormiveglia che
annunciava il sonno ascoltando le loro allegre canzoni
che, mano a mano, sfumavano nel silenzio della notte. Il
cuore della valle di Limi è l’unica parte
antropizzata anche perché sono finite le strapiombanti
pareti dell’imbocco e il fiume si snoda in una larga
rada che permette la coltivazione. Oltre, invece,
nell’alta valle, a quote ancor più alte, il freddo e
la neve rendono difficile la stanzialità e gli unici
incontri possibili sono con i pastori nomadi che vivono
nelle tende. I villaggi sono quattro: Limi, l’unico
lontano dal sentiero principale, Til, Halji e Jang. Sono
distanti tra loro non più di 4 ore di cammino e formano
una specie di consorzio organizzato con rappresentanti
di ogni villaggio. Questo consorzio, quasi come un
demanio, serve essenzialmente per stabilire i confini
autorizzati dei pascoli, ad organizzare eventi religiosi
comuni e soprattutto a stabilire delle regole di mercato
sancendo spesso delle penali, a mò di tribunale, a chi
contravviene a queste regole. Ad esempio, in questa area
dell’Humla cresce spontanea una pianta, unica al
mondo, la Cordyceps sinensis meglio conosciuta come
yartsagumba. E’ una risorsa preziosa perché questo
vegetale essiccato e triturato, secondo la farmacopea
cinese, ha poteri energetici e afrodisiaci straordinari.
Gli abitanti di Limi che lo producono riescono a
venderlo al mercato tibetano anche a più di 50 euro al
chilo. I versanti montani dove cresce questa pianta sono
spesso comuni a più villaggi e non sono infrequenti gli
sconfinamenti demaniali per accaparrarsi il tesoro.
Stessa cosa vale per le sempre più rare pelli di
leopardo delle nevi. Questi villaggi sono di origine
tibetana e di religione buddhista lamaista.
L’architettura tipica della casa è di pietra e a due
piani: il pianterreno per gli animali e il rialzato per
le persone. Il tetto piatto di terra battuta per le
granaglie e per la legna. Per salire di piano in piano
la tipica scala di legno, costruita in un blocco unico,
con gli scalini modellati all’interno di un mezzo
tronco d’albero. Il villaggio solitamente è costruito
attorno, o perlomeno nelle vicinanze, di un preesistente
monastero. Sugli stipiti delle porte quasi sempre
campeggiano delle corna di yak. Nel punto centrale del
villaggio domina un alto bastone di preghiera e
prostrazione dalla cui sommità si dipartono numerose
file di bandiere votive che si collegano con i tetti
delle case circostanti. La divinità è sempre venerata
in direzione delle alte cime montane che cingono i
villaggi. All’ingresso dei piccoli agglomerati il
sentiero solitamente passa sotto l’arco di uno stupa
decorato con affreschi che rappresentano, sotto forma di
mandala, le vite degli illuminati. Sempre all’ingresso
dei villaggi si incontrano stupa, chorten e muri
devozionali con numerose pietre con su incisi i mantra
di preghiera. A volte, lungo i corsi dei ruscelli,
mulini ad acqua per la triturazione dei grani. Più
distante dalle case, quasi sempre in cima ad un colle,
quello che per gli abitanti di Limi, o comunque per i
tibetani in genere, è il cimitero. La salma viene
portata lì e, intera o spezzata, lasciata in pasto agli
uccelli, come a completare il naturale ciclo della vita
e della morte. Tsepet Thuntump, giovane decoratore di
mobili e pittore di thanka di Til, ci accoglie nella sua
casa. “La poliandria è ancora in uso ma sempre di più
stanno crescendo i matrimoni monogami d’amore”. Lo
dice con un sorriso mentre sta ultimando la decorazione
di una piccola madia seduto a terra. Lui che ha vissuto
e lavorato in India per 5 anni e poi è ritornato a casa
per aiutare i genitori ormai anziani, forse, considera
queste antiche tradizioni come qualcosa da superare. Ad
Halji entriamo nell’antico e silenzioso monastero.
Luogo di meditazione e di preghiera. Nel chiostro si
affacciano un ballatoio di legno e due ripide e strette
scale per salirvi. Procediamo con cautela come a non
voler disturbare quell’atmosfera sacrale. Invece ecco
che dalle celle escono chiassosi e sorridenti i monaci.
Non deve essere usuale qui veder transitare degli
stranieri. Ci mostrano zelanti i loro tesori. Mi
colpisce particolarmente una statua del Buddha risalente
al XII sec. I fedeli sono così devoti ad essa,
riconoscendone la soprannaturale forza che emana, che
preferiscono fare doni e prostrazioni alle vicine
imitazioni fatte di burro di yak chiuse in una vetrina
senza mai toccare e guardare l’originale. In questo
luogo senza tempo riesco finalmente a capire come si fa
a sottrarsi dal tempo poiché mi accorgo che non ho mai
incontrato finora un orologio o un calendario. Difatti
tutte le festività religiose non sono dettate dal
succedersi dei giorni e delle ore ma dal conteggio delle
lune. Il vero calendario sta appeso nella volta celeste.
Anche i compleanni non si misurano per anno solare ma a
lune piene. A Kathmandu abbiamo incontrato casualmente
un vecchio newari che compiva 1000 lune piene. In
quell’occasione il festeggiato viene portato da figli
e nipoti con una portantina a mano in giro per il
villaggio, gli viene conferito un simbolo di prestigio
consistente in un orecchino ad anello infilato nel lobo
e può anche permettersi di alzare il gomito, insieme
alla sua famiglia, con il famigerato tsang, fermentato
d’orzo. Nel monastero di Halji anche i cicli di
preghiera non sono scanditi dall’orologio ma da un
complesso e geniale sistema di combustione d’incenso.
In una tavola di legno viene inciso un solco labirintico
con un inizio e una fine in cui viene posta la polvere
odorosa, solitamente sandalo; il resto della tavoletta
coperto di cenere. Un’altra base di legno va ad
incastro con la prima cosicché il tutto può essere
capovolto come un piatto sulla padella per girare la
frittata. L’arzigogolato labirinto di sandalo si erge
sulla piatta base di cenere e può essere così acceso
dall’inizio. Prima che la lenta combustione bruci
tutto il percorso passa circa un giorno e mezzo sancendo
l’inizio e la fine del ciclo di preghiera.
Raggiungiamo Jang, l’ultimo villaggio della valle di Limi, ma
anch’esso di giorno è quasi completamente disabitato
poiché è tempo di mietitura e tutta la popolazione
attiva, compresi i bimbi, si riversa nei campi
coltivati. A passeggio si incontrano solo gli anziani,
ormai inabili al lavoro manuale, che fungono da baby
sitter per gli ultimi nati. La raccolta dell’orzo
impiega tutta la manodopera possibile. Il maltempo è
alle porte e solo una precisa consapevolezza dei segnali
climatici stabilisce il momento fugace del raccolto. Il
lavoro è frenetico e senza sosta, ognuno impiegato in
una fase. C’è chi con il falcetto taglia fascine
standard di circa 20 arbusti, chi le mette accatastate
con la spiga a testa in giù formando dei precisi coni
coreografici e chi, in coppia, stacca le spighe dagli
steli ponendoli in ampie gerle di paglia da trasporto
con un sistema semplice quanto efficace: due bastoncini
di legno si stringono attorno al mazzo di spighe e con
un movimento a strappo dalla base degli arbusti il
frutto del lavoro cade magicamente nella gerla. Il
lavoro, senza ausilii meccanici, viene sempre
accompagnato da canti. La fase dello spulamento viene
poi ultimata nei cortili delle case. Dopo due giorni, a
causa di un’abbondante nevicata, quei campi senza più
voci si sarebbero presentati completamente imbiancati.
Ciò è successo, di notte, proprio mentre avevamo fatto
accampamento sugli alpeggi dell’alta valle di Limi. Il
giorno prima era stata una bellissima giornata di sole,
l’unica di sosta che ci eravamo concessi, proprio
vicini ad una sorgente d’acqua calda in cui tutti ci
siamo immersi per ripulirci dalle fatiche di più di 10
giorni di cammino ininterrotto. La sera avevamo
festeggiato col solo litro di vino portatoci
dall’Italia e con il primo e abbondante pasto a base
di carne fresca. Un pastore infatti ci aveva venduto un
montone e il nostro cuoco ne aveva fatto pezzi da
cucinare sul fuoco. In un luogo dove così sentito è il
rispetto per ogni forma vivente probabilmente la sorte
di quel montone aveva sancito la nostra. All’alba, al
nostro risveglio, fuori e sopra le tende 20 cm di neve.
E continuava a nevicare tra le foschie tenebrose che
hanno reso famosa l’Himalaya. E di fronte a noi il
passo più impegnativo, il Nyalu La a 5.000 m di
altezza. Di gran carriera cerchiamo di affrettare le
operazioni di smontaggio tende e carico degli animali
per metterci in movimento prima possibile. Tra la bufera
si comincia a salire di quota e come ci si allontana
l’un l’altro anche di pochi metri sembra di
camminare tra i fantasmi. La neve fresca è sempre più
profonda e davanti, chi affonda i primi passi, si
sfinisce. Ma il problema principale sono gli animali. In
quel ripido canalone, nonostante il continuo zigzagare,
gli asini scivolano e spesso affondano nella neve fino
al collo costringendo i carovanieri a sforzi sovrumani
per ricacciarli fuori. A circa metà ascesa si decide di
ridiscendere. Il Nyalu La ci ha ricacciati indietro. Ci
accampiamo più a bassa quota. I carovanieri sembrano
decisi ad arrendersi e a voler tornare indietro. Per noi
è impossibile farlo. Tra cinque giorni abbiamo
l’aereo per Nepalgunj che è collegato con quello per
Kathmandu che è collegato con quello per Roma e per
rifare il sentiero dell’andata ci vogliono più di 10
giorni. Le nostre guide parlano di elicottero ma, oltre
al costo esorbitante del mezzo, c’è il rischio
maltempo per il volo e per l’atterraggio. Chiediamo un
altro tentativo di superamento del passo ma, specie i
carovanieri, sembrano tutti poco convinti anche perché
la neve sta continuando a scendere. Fortunatamente il
giorno successivo c’è il sole e la nostra insistenza
riesce a far breccia tra tutti. Ripartiamo per
l’ultimo tentativo cercando di progredire con gli
uomini davanti che compattano e gradinano il più
possibile la neve per permettere agli asini un più
agevole procedere. Ma il cammino è lento. Arriviamo al
crepuscolo ad un pianoro circa 200 metri sotto il passo.
Avremmo dovuto essere già nell’altro versante ma gli
animali sono sfiniti e infreddoliti. Si decide per un
bivacco forzato sul ghiaccio. Siamo a 4.800 m e la
nostra preoccupazione è che cada nella notte altra
neve. E’ un rischio che potrebbe mettere a repentaglio
la vita di tutti. Prima di ritirarci nelle tende, siamo
tutti con il naso all’insù a guardare il cielo che ci
appare così pulito che la via lattea sembra una
pennellata di vernice. Grazie a Dio il tempo si mantiene
buono e il giorno successivo ci attende una giornata
luminosa ma le profonde sacche di neve fresca
impediscono il nostro procedere. 
Eppure il Nyalu La è lì,
sembra a un tiro di schioppo anche se gli ultimi metri
sono i più ripidi. Gli uomini potrebbero arrampicarsi
per una cresta rocciosa che affiora dal bianco
abbacinante ma non è sentiero per gli asini e allora
ecco giungere la decisione estrema: gli animali
torneranno a valle riportando indietro tutto ciò a cui
si può rinunciare. Tutti i nostri bagagli, invece,
quelli personali delle nostre guide, le tende e un
minimo di viveri per la sussistenza sono lì a terra,
sulla neve, ammonticchiati. Dio mio quanta roba e tutta
da riportare a Simikot sulle nostre spalle. La nostra
armata Brancaleone sullo strappo finale che porta al
passo sembra provata, anche dalla quota, e fortuna che i
carovanieri si sono caricati dei bagagli e ci hanno
accompagnato fino in cima prima di salutarci. Qualche
portatore fa addirittura tre viaggi. Dopo quattro ore
vinciamo il Nyalu La ma ora c’è da ridiscendere e
l’altro versante ha altrettanta neve fresca. Tutti ci
carichiamo più peso, noi sui 25 kg, mentre i portatori,
il cuoco e le guide arrivano anche a 50 kg di bagaglio.
Lungo la discesa vedo per la prima volta il loro volto
contratto in una smorfia di estrema fatica, ma il più
è fatto. Mano a mano che perdiamo quota la neve si fa
più bassa fino a scomparire del tutto. Traversiamo
straordinari scenari montani fino a che la valle
fluviale ci cambia ancora radicalmente scenografia e
improvvisamente ritroviamo il verde degli alberi. Dopo
due giorni, al villaggio di Muchu, ci ricolleghiamo con
la valle del Karnali, col sentiero percorso
all’andata, e lì possiamo rialleggerire i nostri
zaini caricando il grosso del bagaglio su dei cavalli da
soma, nostri nuovi compagni di cammino per le ultime due
tappe. Ma l’avventura non finisce qui. L’ultimo
giorno, camminando solo, in anticipo rispetto al gruppo,
ad un bivio, sbaglio sentiero. Anziché scendere al
fondo valle risalgo per circa un’ora fino a trovarmi
al villaggio di Chauganphaya. Chiaramente lì mi accorgo
dell’errore fatto ma l’accoglienza che ricevo
compensa di gran lunga l’eventuale perdita di tempo.
Tutta una comunità è in festa ed ognuno, vecchi,
uomini, donne e bambini si scambiano piccoli e semplici
doni. Ci si è fatti belli per l’occasione. Le bambine
hanno tra i capelli coroncine di fiori mentre i
maschietti le indossano al collo. Le donne si pettinano
i capelli a vicenda ed alcuni anziani sono addetti a
segnare la fronte di tutti con il Tilak, il segno indù.
Nella pasta del Tilak c’è mischiato anche del riso
che simboleggia prosperità. Incontro Lok,
l’insegnante della scuola del villaggio, che parla
inglese. “Questo è l’ultimo villaggio di origine
nepalese, salendo la montagna si ritorna in Tibet. Siamo
nell’antica frontiera culturale”. Conosco la sua
famiglia che mi fa sedere nel cortile della casa e mi
offre un tè. I bambini mi donano fiori, la sorella di
Lok mi mette in mano un cetriolo enorme. E’ come
ritornare alle nostre vecchie feste di Natale quando si
regalavano noci e arance. “Oggi” continua Lok “è
il giorno principale di questa festa induista che dura
15 giorni. E’ il settimo giorno. Si parte con la prima
luna nera di ottobre e si conclude con la luna piena”.
Ecco che ritorna il calendario appeso in cielo. “La
festa si chiama Dainshiri. E’ una festa d’auspicio.
In ogni casa, nella parte più oscura, si mettono a
bagno dei semi, riso, lenticchia, orzo, mais, ecc. Se i
semi producono vita il raccolto sarà ricco altrimenti
bisogna aspettarsi carestia”. La mamma di Lok mi
accarezza i capelli. Chissà se è interessata al biondo
o è un gesto di compassione universale? Lok mi saluta
affettuosamente e mi dice che per arrivare a Simikot
posso fare un sentiero secondario senza dover scendere a
fondo valle. “Mi raccomando non perderti. Ci sono
tanti bivi. Se incontri qualcuno chiedi sempre la
strada”. Traverso un ponte di legno su un fiume e poi
comincio a salire, salire, salire. Il sentiero non
finisce mai. Arrivo ad un passo. Una casa e una donna.
Mi offre una mela. Tolgo lo zaino e siedo. Dopo cinque
minuti altri viandanti si fermano vicino a me. Uno di
questi è Alex Zahnd, antropologo dell’Università di
Kathmandu e direttore del RIDS (Rural Integrated
Development Service) che da 5 anni lavora nei villaggi
dell’Humla per migliorare le condizioni di vita dei
suoi abitanti. Sta andando a fare un documentario video
in uno dei villaggi più remoti. E’ simpatia a prima
vista. Mi chiedo: perché non averlo incontrato prima?
Mi rispondo: pensi sia meglio non averlo incontrato per
niente? Mi dice che il sentiero che sto percorrendo è
uno dei più belli e sconosciuti dell’Humla. Passa
attraverso villaggi ancora da studiare. Il contatto con
Alex è avviato. Il mio ultimo pensiero è che non
esiste sentiero sbagliato ma solo modi sbagliati di
percorrerlo.
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