Secondo la mitologia indù le Dakinì sono
spiriti femminili che giocano a causare tormenti. Penso che esse
si siano divertite con me nei giorni che precedono la partenza.
A Villa d’Aria il bagaglio collettivo è quasi pronto
ed anche la mente è ormai sul piede di partenza. L’illusione
che ci si possa accostare alla verità con un viaggio
l’abbiamo perduta da tempo. Ma un viaggio come questo può
lasciare il segno. Per quattro religioni il pellegrinaggio del Kailash
e del Manosarovar può condurre ad un rinnovamento di
vita.
Macerata (15 settembre)
E’ il giorno della partenza. Tra una cosa e
l’altra s’è fatta l’ora di pranzo. Quale occasione
migliore per un’ultima bistecca alla Baita della cara Prassede
che ci dà il buon viaggio con due chili di tagliatelle fatte a
mano e due barattoli di asparagi.
Kathmandu (16 settembre)
Kathmandu ci accoglie con le prime luci della sera con due ore di
ritardo sul previsto. L’aeroporto è stato rinnovato ma la
confusione è quella di sempre. Si contratta ed un ragazzino,
certamente il capo della combriccola, decide che un pullmino
bianco ci condurrà in albergo per 10 dollari. Ormai siamo su una giostra o, per meglio
dire, dentro un frullatore. Mr. Chang e la guida Sherpa Mimà
ci attendono all’hotel Manang con la bianca sciarpa di
buon auspicio (kadak). Dopo mezz’ora siamo già tra i vicoli
di Thamel che odorano di muffa e di urina. Io, Rosa, Pino
e Giorgio andiamo in rikshaw fino a Durbar Square
incuranti dei posti di blocco e del coprifuoco. Ci si vede poco
perché non c’è illuminazione nelle strade e le sagome delle
pagode in legno intarsiato hanno un che di sinistro. Militari in
assetto di guerra presidiano le strade. Tentiamo di cogliere in
quei pochi attimi la magia del vecchio oriente ma anche qui le
cose sono cambiate. Me ne accorgo la mattina successiva a spasso
per Thamel: negozi traboccanti di materiali sportivi e spacci
dove puoi trovare dal salmone affumicato ai vini francesi. Anche
questa è la globalizzazione. Pare che nella città vecchia,
oggi completamente abbandonata, ci siano in cantiere grandi
progetti di sviluppo edilizio.
Kathmandu (17 settembre)
A mezzogiorno partiamo con un pullmino in direzione
della frontiera di Kodari. Al bivio con la Kumbu
Valley, che conduce al campo base dell’Everest,
prendiamo la direzione nord-est per il confine cinese. La
vallata è un arabesco straordinario di destini, un caos di
uomini, animali, campi coltivati e mezzi di trasporto.
Questo è il Nepal della tradizione che si
oppone alla monarchia corrotta
di un re che è andato al potere dopo aver fatto assassinare
tutti gli altri membri della famiglia reale. La strada procede
costeggiando un fiume che più a valle confluisce nel Sun
Kosi dando vita ad un corso d’acqua ancora più imponente.
Man mano che si risale verso nord e che ci si
avvicina alla catena dell’Himalaya il fiume perde
maestosità sino ad acquisire l’impeto selvaggio del
torrente originato dai ghiacciai perenni.
Le radici di un gigantesco rododendro ci ospitano
per il primo pranzo al sacco del viaggio. A tratti la strada è
stata cancellata dall’acqua e siamo costretti a procedere a
piedi. “Ripercorrevo le strade che da secoli uniscono
l’India al Tibet, per le quali passarono mercanti ed apostoli,
cercatori di ricchezze e cercatori di vero – scriveva Tucci
70 anni fa - e quasi dappertutto trovavo il ricordo dei
missionari pieni di ardore che la parola del Buddha dell’India
portarono nel Paese delle nevi”. Procediamo lentamente
sotto una pioggia battente incrociando nel buio camion rombanti
e colorati ai quali cediamo il passo. Siamo a Kodari,
frontiera cino-nepalese. L’ultimo tratto sino al paese lo
facciamo a piedi. Troviamo posto nell’unico lodge dove
trascorreremo la notte. Varcheremo la frontiera domattina. Non
chiudo occhio. Il sordo rumore dell’acqua, la vicina
frontiera, il Tibet, la stanchezza del viaggio: troppe
cose tutte d’una volta!
Da Kodari a Zanghmu (18 settembre)
The verde e dolcetti stantii per colazione e si
riparte subito per il Ponte dell’amicizia. Alle prime
luci del giorno i camion incominciamo a sputare un fumo denso
anche se prima delle dieci la frontiera non apre. La dogana
cinese non è una pura formalità come quella nepalese. Ci
misurano pure la temperatura corporea per via della SARS.
Rimaniamo in attesa circa tre ore sul Ponte dell’amicizia
sotto una pioggerellina insistente. Vecchi e ragazzi, uomini e
donne, per lo più scalzi, sudati, con fasce di iuta
sottobraccio che servono per assicurare i carichi alla testa.
Alla frontiera ci prende
in consegna Tziri, la nostra guida tibetana, con altri
quattro sherpa, un camion telonato e due Toyota. L’albergo
dove trascorreremo la nostra prima notte tibetana si chiama hotel
dell’Amicizia ed è a 7-8 chilometri oltre la frontiera.
La strada si snoda in continui tornanti parzialmente franati e
squadre di operai sono al lavoro per rimuovere i detriti. Zanghmu
è un budello di baracche umide che si snodano ai lati della
camionabile e che fungono in larga parte da deposito merci. I
tibetani si riconoscono dai ricchi ornamenti: collane ed
orecchini di turchese e corallo, capelli raccolti in cordoni di
lana colorata e monete d’argento. Tutt’intorno spaccature
nella roccia, cumuli di detriti morenici, cascate d’acqua che
si disperdono nell’aria nebulizzandosi. Tutto è maestoso,
primordiale, sovrumano.
Da Zanghmu a Peigutso (19 settembre)
Lasciamo l’hotel dell’Amicizia e partiamo
finalmente con due Toyota bianche. Le tende e tutto il resto
viaggiano sul camion. La strada sale lentamente scoprendo dopo
ogni curva scenari da vertigine. Prima sosta in prossimità di
un orrido dentro il quale precipita una massa d’acqua
scatenata. Verso il cielo un pinnacolo bianco si perde tra le
nuvole. I tibetani lo chiamano Gosainthan, per noi è lo Shishapangma,
8013 metri di altitudine, e nostro primo
incontro con un gigante dell’Himalaya. Penso
alle carovane di oltre cento portatori ed al loro incedere lento
lungo quelle balze. Siamo già sui 4.000 metri ma l’altitudine
non sembra creare problemi: illusione, è solo questione di
tempo. Brevi soste ai chorten (piccoli tempi) che segnano
i passi. Un tripudio di bandiere, di cumuli di rocce incise di
preghiere (mani) e di raffiche di vento che stordiscono.
Dopo alcune ore, giù in basso, terrazzamenti coltivati ad orzo
ed avena digradano verso il centro della valle dove, tra ghiaie
e sfasciumi basaltici, si snodano le anse di un nastro
d’argento. Siamo nella valle ove si ritirò in preghiera il
Santo Milarepa che nel XII secolo scriveva: “dalle
mie labbra esce una canzone breve poiché tutta la Natura a cui
io guardo è il mio libro”. Entriamo nel tempio,
evidentemente ricostruito, ma la suggestione per la visione
della grotta del santo è ancora forte. Ci prostriamo insieme
agli altri pellegrini. Attorno al tempietto che racchiude la
grotta del santo poche case di pietra con tetti di cotica erbosa
secca e sterco, adornati con numerose corna di yak. Gli stipiti
delle porte sono addobbati da doppie file di corna.
Rinchiusi dentro cortili di muri a secco ringhiano
rabbiosi i famosi molossi tibetani. Al passo successivo, circa
due ore dopo, ci accorgiamo che nella concitazione della sosta
alla grotta santa qualcuno di noi ha dimenticato il
prezioso cavalletto fotografico di Giorgio. Una macchina torna
in dietro per cercare di recuperarlo.
A sera siamo al campo di Pu Ju in prossimità
di un grande lago dal quale ha origine il nome del luogo. Questo
luogo è il paradiso dei sogni terreni. E noi siamo qui. Mentre
i nostri accompagnatori montano la tenda-cucina inseguo le
ultime luci del giorno e raggiungo un gruppo di contadini
ricurvi nel taglio del falasco, che poi stringono in mazzi ed
utilizzano per farne coperture per le abitazioni. Facce cotte
dal sole, sguardi carichi di luminosa rassegnazione. Un vecchio
seduto in terra sta affilando la lama di una falce e ci saluta
con un sorriso del tutto privo di denti. Prima che scenda la
notte mi perdo con lo sguardo lungo i crinali innevati delle
montagne che ci sovrastano. Che meraviglia sarebbe potersi
inoltrare nei passi che attraversano i pendii rocciosi e che nei
secoli hanno conosciuto il transito di carovane, eserciti,
mandrie e pellegrini. Si
fa notte. Il campo è circondato dalle mandrie di yak.
Sofia e Maurizio si perdono sulla strada del ritorno da
una passeggiata verso il lago.
Fa freddo e piove, tutti si preoccupano ed iniziano le
ricerche. I più in ansia sono Tziri e Giorgio. Ho qualche linea
di febbre, mi chiudo nel sacco a pelo e tento inutilmente di
dormire dopo aver ingoiato un paio di aspirine.
Da Peigutso a Saga (20 settembre)
Verso le 8,30 lascio la tenda e col binocolo tento
senza successo di localizzare i dispersi.
Dopo circa un’ora rinuncio e torno al campo. Piove e fa
freddo. Non è uno scherzo trascorrere una notte all’addiaccio
a queste altitudini. Gli spazi sono talmente vasti che si fatica
a mettere a fuoco un punto preciso e le distanze sono
ingannevoli. Ci vuole tempo perché l’occhio si adegui a
questa immensità e nel frattempo ti senti schiacciato da tanta
vastità. Finalmente ecco di ritorno Maurizio. Ci racconta che
erano andati con Sofia verso il lago, poi sulla strada del
ritorno, incrociando la pista l’hanno imboccata ma nella
direzione opposta a quella dovuta. Più tardi recuperiamo Sofia.
Hanno trascorso la notte in una tenda di nomadi e, non volendo,
hanno vissuto un’esperienza unica. Verso le 13,00 ci mettiamo
in movimento lasciando alle nostre spalle le acque color ardesia
del lago. Lungo spostamento fino a Saga, orribile
cittadina cinesizzata, dove ci appoggiamo in una guesthouse.
Molto meglio l’accampamento ma per stanotte anche un tetto non
è da disprezzare.
Da Saga a Paryang (21 settembre)
Sempre più difficile chiudere occhio durante la
notte. Saga poi è la città dei cani e sono loro gli indiscussi
padroni delle tenebre. Arriviamo nel tardo pomeriggio
completamente storditi dal lungo spostamento in fuoristrada. La
polvere si insinua dappertutto. Non esistono strade
ma solo piste che tagliano l’immenso altopiano tibetano.
Si rischia continuamente di rimanere impantanati. Ci attende un
altro lungo spostamento, 10 ore circa sino a Paryang.
L’occhio si perde davanti ad un deserto di dune modellate dal
vento alternato a pendii basaltici. All’orizzonte corolle di
gemme perenni come bianchi denti di squalo. Due puntini in
lontananza si materializzano in due pastorelle racchiuse nei
loro pesanti cappotti colorati. I volti velati lanciano sguardi
timorosi e fuggenti.Lo spazio di un attimo sospeso e poi tornano
nel nulla dal quale sono venute.
Paryang (22 settembre)
Un giorno intero di sosta allo Yak Hotel per
riprendere un po’ di forze. Tutt’intorno case di terra, ossa
di animali, cumuli di rifiuti e bambini sorridenti. C’è un
sole che taglia l’aria tersa mentre l’altitudine comprime il
torace e fa ansimare. Simone si avventura in una passeggiata con
l’obiettivo di toccare la prima neve. Pino, vecchio
viaggiatore, sembra quello messo peggio col mal di testa. Ci
sediamo all’aperto per scrivere o leggere qualcosa. Giorgio è
in perlustrazione, Rosa Maria è ora socievole ora
inavvicinabile. Mi racconta la favola del saggio e del re che
voleva essere più saggio di lui. Epilogo: il saggio tiene fede
alla sua virtù chiedendo al re, dopo mille tentativi, di
compiere ancora un piccolo passo per raggiungere la saggezza.
Ormai siamo in confidenza con le nostre guide Tziri, Mimà,
Tashi Lama.
Da Paryang
a Gompa Chiu (23 settembre)
Siamo costretti ad un giorno di sosta per le nostre
pessime condizioni fisiche.
Notte tremenda a causa dei disturbi
dall’altitudine.Temendo il peggio ci informiamo sulle
possibilità di un rientro rapido. Niente da fare, si torna per
la stessa strada e con gli stessi mezzi. Quindi nessuna
assistenza medica fino a Zanghmu cioè ad una settimana da qui.
Il viaggio rischia di trasformarsi in una penosa
esperienza. Era una eventualità ma mettere mano alla bombola
d’ossigeno è diverso. Conviene, in ogni caso, aspettare perché
non si può andare in fuoristrada quando si sta così male. Poi,
con le prime luci del giorno, la situazione sembra un po’
migliorare. Decidiamo di partire. Ci attende un tragitto di
oltre sette ore. Arriviamo al Gompa Chiu nel pomeriggio
inoltrato completamente sfatti per i continui sobbalzi ed
avvolti nella polvere. Una luce trasparente, come fosse lavata
da poco, fa da sfondo alle ombre lunghe di un tramonto rosato.
Saliamo fino al Gompa dove si raccolgono i pellegrini attorno a
chorten avvolti da matasse di bandierine colorate frustate dal
vento.
Da Paryang a Gompa Chiu (24 settembre)
Il lodge nel quale passeremo la notte è sito a
poca distanza dal Gompa. Il padrone è un vecchio tibetano dal
viso cotto dal sole. Trattiamo con lui il prezzo del
pernottamento. Indossa due scarpe di foggia diversa l’una
dall’altra ed un paio di occhiali con lenti che sembrano fondi
di bottiglia. Non si ferma un solo attimo borbottando di
continuo preghiere e disposizioni alla servitù. Tziri
evidentemente lo conosce e si rivolge a lui chiamandolo “polà”
(nonno). Da quel giorno anch’io per Tziri sono diventato “polà”
del gruppo. L’interno
della guest house è estremamente confortevole. Cena al lume di
lampade al burro di yak con alcuni viandanti. Un tempietto
prossimo ai nostri letti dal quale provengono tenui bagliori di
lampade votive ci è di grande conforto. La mattina assistiamo
ai preparativi del the emulsionato con burro rancido di yak. La
vista che si dispiega dal gompa è indimenticabile: la totale
visione del lago e la massa argentea del Kailash alle sue
spalle. In direzione ovest serpeggia la sagoma del Ganga Chiu,
il canale di connessione fra il Raksas Tal e il
Manosarovar. Secondo un’antica leggenda il giorno in cui il
canale si riempirà d’acqua mettendo a contatto i due laghi
saremmo in presenza di una evento cosmico dalle conseguenze
catastrofiche.
Da Gompa Chiu a Langpona
(25 settembre)
La mattina ci svegliamo con la vista del Kailash
illuminato dal sole! Il Kan Rimpochè, la “gemma
delle nevi ghiacciate” nella traduzione di Tucci. Così lo
descrive nel 1716 padre Ippolito Desideri: “V’è
quivi fuori di strada un monte sterminatamente alto, molto largo
di circuito, nella sommità ricoperto dalle nuvole e da perpetue
nevi e ghiacci, e nel resto molto orrido e rigido per
l’acerbissimo freddo, che in esso fa”. Tucci racconta di
“polle d’acqua sulfurea che zampillano gorgogliando e
fumando da un infernale frastagliamento di rocce”. Oggi le
sorgenti sono diventate una stazione termale. Quale migliore
occasione per un bagno tonificante! Alle 10,30 partiamo per il
giro (la Kora) del Manosarovar. Il cielo è coperto, è freddo e
sta nevicando. Impiegheremo 3 giorni a compiere il giro completo
del lago. Incontriamo una famigliola di pellegrini ed assistiamo
per la prima volta alla cerimonia della prostrazione. Chorten e
piccole grotte scavate nei contrafforti del pendio che degradano
a picco verso il lago sacro narrano una storia di devozione e di
ritiri mistici. Pellegrini di religione buddista, induista,
jainista e bon fanno di questi luoghi da oltre duemila anni la
meta della loro devozione. Ogni tanto ne incontriamo qualcuno
che sta facendo il giro del lago prostrandosi in terra e
recitando mantra: impiegherà circa 28 giorni per un giro
completo. Il tempo è decisamente migliorato. Un forte vento
spazza la superficie del lago sacro provocando un susseguirsi
interminabile di bianche bave schiumose. Il sole verso il
tramonto si specchia sulla superficie dell’acqua che riflette
il turchese del cielo. Non è difficile capire perché questi
luoghi siano stati eletti a dimora degli dei. Sullo sfondo il Gurla
Mandata col suo perenne cappello bianco sembra una manta che
emerge dal lago protendendosi verso un cielo di cobalto. Ombre
lunghe si stagliano al nostro passaggio.
Giungiamo a Langpona attorno alle 17,30.
Da Langpona a Seralung Gompa (26 settembre)
Leggo dal diario di Tucci: “Nelle prime ore
del pomeriggio siamo giunti al monastero di Langpona (orecchie
di bue); io il capitano Ghersi e Nandaram.
Il convento non è proprio sul Manasasarovar ma costruito a
ridosso di una elevazione di terreno che dolcemente degrada
sopra un vasto pianoro erboso in mezzo al quale scorre lento e
s’allarga in mille rigagnoli il fiume Ghiamo ciù. I pascoli
ubertosi richiamano gente; neppure un villaggio ma mobili
accampamenti di nomadi e gruppi di tende; grosse tende di lana
scura o di pelle di yak con una larga apertura nel centro perché
ne esca il fumo che dentro acceca. Intorno nereggiano le mandrie
sonnolente degli yak o si disperdono le greggi: la sola
ricchezza di questi pastori”. Nulla è cambiato da allora.
Anche il monastero che appariva a Tucci rifatto da poco e non
conteneva nulla di notevole probabilmente è stato restaurato da
non molto, come si capisce dalla vivezza dei colori delle
pitture. Dal monastero la vista spazia verso l’infinito: da un
lato il “solito” Gurla Mandata avvolto da uno scintillio
abbacinante, sulla destra rispetto al gompa si staglia isolato
ed imponente il Kailash (il Linga di Shiva). Ancora dal
diario di Tucci: “Su tanta rovina ed oltre l’incerto
fluire delle vicende umane il Kailasa, eterno simbolo di dio,
vigila con l’incontaminata lucentezza dei suoi ghiacci.”
Giungiamo a Seralung a metà pomeriggio in tempo per
goderci un tramonto dai colori irreali tanta è la lucentezza
dell’aria. Ci accampiamo su di un vasto pianoro erboso
costellato di licheni dal colore rosso carminio.
Da Seralung Gompa
a Yerno Gompa e Trugo Gompa (27 settembre)
L’atmosfera che regna nel gruppo non è delle
migliori. Al bollettino giornaliero dei malanni si aggiungono
dissapori circa i compiti da assolvere durante il percorso. Le
riprese con una sola videocamera costano molta fatica perché
richiedono differenti punti di osservazione e, quindi, continui
spostamenti, attrezzatura a portata di mano e non consentono
soste a piacimento. Giorgio si sfoga senza mezze parole. Ognuno
di noi, in effetti, è prigioniero del “proprio” viaggio
mentale, della propria brama, direbbero gli antichi testi
buddisti dai quali attingo questo passo: “Durante questo
lungo viaggio in cui voi errate a caso di rinascita in rinascita
e gemete e piangete, avendo in sorte ciò che odiate e non ciò
che amate, sono state da voi versate più lagrime di quant’è
l’acqua dei quattro oceani”.
Annoto nel mio diario la seguente domanda: “Ma è
poi così a portata di mano quel “viaggio interiore” che
vorremmo compagno di quello fisico?”.
Nel frattempo intorno a noi si continua a celebrare come
da secoli il rito del pellegrinaggio e noi ne siamo testimoni
fin anche troppo distratti. Sempre dal diario di
Tucci: “Seralung, 13 luglio 1935. Le
tende dei pastori si fanno più frequenti. Una vera folla che ha
per ricovero la tenda e per compagnia le bestie: e si muove e si
sposta secondo le vicende delle stagioni e l’abbondanza dei
pascoli. Gente maschia, dall’aspetto incolto, ma di natura
dolce e serena; vestono lunghe casacche di lana grezza, di
colore rosso scuro. Le donne portano grandi ornamenti al collo e
braccialetti fatti con conchiglie marine. I capelli sono
annodati in numerose treccioline e ad essi vengono appese lunghe
strisce di lana sulle quali scintillano monete indiane e cinesi,
conchiglie e pezzi di turchese, coralli e piastre e borchie
d’argento”. Noi li osserviamo con un certo rispettoso
distacco, tanta è la distanza che ci separa da loro. Ci
scambiamo sguardi e documentiamo la loro condizione, che
riscontriamo pressoché identica a quella descritta da Tucci,
attenti a non invaderne gli spazi. Seralung letteralmente vuol
dire la valle delle rose. La rosa selvatica cresce nel Tibet
anche a grandi altitudini. Sarà, ma di rose a me pare di
non averne incontrata neppure una. E chissà quante altre cose
hanno perso i miei occhi distratti!
Trugo Gompa (28 settembre)
Pernottamento in guest house. Si annuncia ancora
una giornata di bel tempo. A colazione solito via vai di
bricchi, tazze e cartocci vari. Mi balena l’idea di leggere a
voce alta cosa scrive da Trugò Tucci durante la sua spedizione.
“È il 17 luglio del 1935 e poco dopo l’alba
arrivano i briganti”.
È senza dubbio una delle pagine più straordinarie di Tibet
ignoto. “I briganti, numericamente sovrastanti, vengono
messi in fuga dal capitano Ghersi che pianta il cavalletto della
macchina cinematografica, prende la mira, aggiusta
l’apparecchio e comincia a girare la mnovella. Il terrore
invade la colonna brigantesca che si dà ad una fuga precipitosa
ando di calcio ai cavalli. Li vediamo scomparire all’orizzonte
in una nuvola di polvere”.
L’idea che quell’esilarante episodio sia accaduto
proprio in questi posti ci trasmette un’emozione fortissima.
Verso le 15,00, dopo alcune ore di cammino, durante il quale
perdiamo la vista del lago, raggiungiamo faticosamente un punto
sui 5.000 metri. La vista dà le vertigini anche a chi non ne
soffre. Il Manosarovar quasi lambisce un altro lago altrettanto
sacro e addirittura a lui preesistente secondo il mito, il
Raksas Tal lasciando libera una sottile lingua di arido
altopiano. Vuole un’antichissima leggenda risalente ai Veda
che tutto cominciasse con i Sette riscì (uomini di
vastissima conoscenza che attraverso la volontà riescono a
raggiungere la consapevolezza) figli di Brahma, la figura
della Trimurti che impersona la creazione
e con l’adempimento dei loro riti in onore di Shiva,
mentre questa divinità meditava nella sua sede sulla vetta del
monte Kailash. Fu allora che il grande “asura”
(una sorta di orco buono) Ravana, che si preparava anche
lui ad adorare Shiva, si tuffò nell’unico lago della zona
(chiamato più tardi Raksas Tal) per l’immersione rituale. I
saggi, molto turbati e poco propensi ad entrare nelle stesse
acque, pregarono allora Brahma di concedere loro un altro bacino
per compiere l’abluzione: il generoso dio della creazione
concepì nella sua mente (manas) un altro lago (sarovar),
facendolo apparire a poca distanza da quello usato dall’asura.
Un vento gelido spazza le superfici dei due laghi. Mi manca
letteralmente il fiato e sento la necessità di un riparo. Per
fortuna, oltre il crinale giù in fondo la valle una nuvola di
polvere preannuncia l’arrivo del camion telonato con le nostre
guide. Tempo mezzora e crollo sfinito sopra i sacchi delle
vettovaglie.
Da Trugo a Gosul Gompa (29 settembre)
Costeggiamo ancora il Manasarovar spazzato dai
forti venti che ne increspano la superficie turchese. Ci
accampiamo per il pranzo vicino ad un gruppo di pellegrini
intenti a preparare il the al burro rancido di yak. Con un
mantice rudimentale un anziano soffia su un cumulo di sterco
ricavandone un fumo denso ed acre. Giungiamo in vista del
gompa di Gosul nel pomeriggio. La costruzione è
senz’altro una delle più suggestive sinora visitate. Il
tempio si staglia a strapiombo sul lago e la salita, zaini in
spalla, è di quelle che non lasciano scampo. Purtroppo non
possiamo pernottare nel monastero ma la visita dischiude
bellezze indimenticabili: terrazzini assolati per la
meditazione, cunicoli scavati nella roccia, luoghi di preghiera
che spaziano con lo sguardo su tutto l’altipiano. Un’oasi di
serenità che domina una distesa di acqua turchese da un lato, e
l’altipiano himalayano dall’altro. Su una scaffalatura zeppa
di vecchi libri liturgici un topo di dimensioni elefantiache
passeggia indisturbato.
Da Gosul Gompa a Chiu Gompa (30 settembre)
Nel tempio di Gosul vive uno dei pochi monaci colti
sinora incontrati. Gli altri monaci in cui ci siamo imbattuti
nei monasteri sinora visitati sono uscieri o impiegati più che
uomini di fede.
Già ai tempi di Tucci essi, sebbene fossero assai
più numerosi di quanti ve ne siano oggi,
pretendevano danaro per la visita al tempio. L’onorario
si è esteso alle riprese filmate e alle fotografie. Con il
ritorno al Gompa Chiu si conclude la Kora del Manosarovar. Ma la
nostra Kora è
stata ben differente da quella dei pellegrini incontrati lungo
il percorso. Per noi si è trattato di un trekking abbastanza
impegnativo in uno dei luoghi più suggestivi della terra. Per
essi la ricerca di una liberazione dal proprio io presente e
futuro. Questo è lo scopo che porta tanti pellegrini in luoghi
considerati particolarmente sacri, in cui ci sono sempre delle
acque naturali, come fiumi o laghi: essi credono che il
sacrificio compiuto con il lungo cammino
e l’abluzione nelle acque possa accorciare il lungo
iter dei vari io con il suo sempre rinnovato passaggio
attraverso la vita e la morte. Nella guest house prossima al
Gompa Chiu ritroviamo il nostro polà come sempre
indaffarato e salmodiante mantra incomprensibili.
Da Chiu Gompa a Darchen (1 ottobre)
Durante la notte mi giungono ancora una volta, come
durante l’andata, i lucori dei lumini provenienti da un altare
votivo. Stavolta a rendere difficile il sonno è la stanchezza
ma è bello sentirsi privi di tempo. Da una stufa che arde nel
soggiorno provengono effluvi di un’erba aromatica che viene
fatta bruciare insieme allo sterco per attenuarne i miasmi
mefitici. Mi sento
come in sospensione tra cielo e terra. In mattinata robusta
colazione e partenza alla volta della cittadina di Darchen
dalla quale, nei prossimi giorni, tenteremo la salita al Dromla
La. Il cammino ora si snoda a mezza costa ed in basso,
dentro la gola, quello che stamattina era un torrente ora è un
fiume maestoso. Tutt’intorno è uno sfasciume di pietre
metallifere dai riflessi cangianti tra i quali predomina il
verde e l’antracite. Resto a bocca aperta alla vista di un
viandante che si è avventurato su quelle balze con... una
bicicletta e tanto di portapacchi.
Darchen, brutta cittadina che pare non voler mai arrivare
tanta è la stanchezza accumulata nelle gambe, è circondata da
accampamenti di pellegrini. I più intraprendenti sono bambini
dallo sguardo luminoso coperti di cenci. La guest house gestita
dai cinesi è appena sopra la decenza. Per i bisogni, invece, si
va all’aria aperta. Cani permettendo!
Darchen- Gyengtak Gompa- Darchen (2 ottobre)
Mi aggiro per il mercato di Darchen, tra utensili
vari e paccottiglia per turisti sprovveduti. Un torrente divide
in due il paese. Cammini su un tappeto di ossa, rifiuti e terra
battuta. Il freddo pungente sega la faccia e l’aria è
talmente tersa che sembra una lama sottile. Ci incontriamo con
il nuovo gruppo di portatori e con una meravigliosa mandriana. A
differenza della media delle donne tibetane è molto alta ed ha
un sorriso avvolgente che sfodera di continuo. In giornata dura
ascesa al monastero di Gengtak. Ritrovamento di piccole
immagini sacre di terracotta (dette tsa-tsa)
dentro un chorten. La prateria e piena di gigantesche marmotte.
Cerchiamo una stamperia della quale i due monaci presenti non
hanno mai sentito parlare.
Nella notte i grandi cani molossi sono i padroni
indiscussi del viaggio.
Da Darchen a Damding Gompa (3 ottobre)