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IL PULLMAN DEL LEVANTE
- DIARIO -
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IL VIAGGIO |
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Il 24 Giugno '97, dopo i saluti di rito, inizia la nostra avventura. Ci dirigiamo verso la nostra prima meta: Cracovia è una città che ha ormai raggiunto lo stesso tenore di vita delle capitali europee, con il vantaggio di aver mantenuto la freschezza e la vivacità che forse queste ultime hanno perso. D'accordo con Giulio dell'Istituto Italiano di cultura in Polonia, allestiamo il nostro "teatro ambulante" in una piazza del quartiere ebraico di fronte alla sinagoga e diamo vita al nostro spettacolo-concerto: è un pò un trampolino di lancio, una vera e propria prima. Il risultato ricompensa i nostri sforzi e capiamo da subito che il nostro messaggio artistico é in grado di abbattere qualsiasi barriera linguistica e concettuale e sarà la nostra arma vincente. La sera a cena, Giulio esprime la sua approvazione per il nostro progetto e non nasconde un pizzico di invidia: ci avverte comunque di stare con gli occhi aperti in Ucraina, dove il tasso di criminalità negli ultimi tempi è notevolmente aumentato. Alla frontiera il primo impatto con l'ex impero sovietico: nonostante lo snellimento delle procedure per l'intensificarsi dei rapporti commerciali con l'occidente, ci vuole un pomeriggio per entrare in Ucraina e, come se non bastasse, ci si mette anche l'autobus che non vuole proprio attraversare il confine e si incastra con il portapacchi sulla tettoia dell'edifico doganale. La strada che conduce a Kiev, la capitale , è veramente pessima ma dopo un pò ci si fa l'abitudine: nel pullman in ogni caso si può fare ben poco per i continui sobbalzi che le buche provocano. Si discute di come sta andando e saltano fuori i primi problemi di ordine logistico: dal mangiare alle soste, dalla guida al dormire. Si, perché per dormire ogni sera bisogna architettare un preciso piano di alta ingegneria, con un movimento di tavole e materassi in modo tale che la parte posteriore del pullman diventi un unico grande letto di 2,5 per 8 metri: il tutto complicato dal fatto che prima di dare il via alla procedura occorre tirar fuori dalla cassapanche il sacco a pelo e gli indumenti per la notte, e c'è spesso qualcuno che se ne dimentica. A kiev siamo ospiti dell'ambasciata italiana, la cui sede è all'interno del complesso monasteriale ortodosso del Labra: proviamo un collegamento telematico con l'Italia, ma scopriamo che le linee telefoniche non sono compatibili ed il nostro computer non riesce a connettersi. Questo sarà purtroppo uno dei problemi ricorrenti durante il viaggio, specialmente in Russia, dove saremo costretti a cercare dei centri internet per spedire la documentazione tramite e.mail. Sotto un cielo plumbeo che non promette niente di buono eseguiamo il concerto in uno dei parchi centrali della città , interrotto nel finale da un'incalzante pioggia che mette alla prova il nostro tempismo: in 5 minuti netti gli strumenti, l'amplificazione, la scenografia, la mostra vengono stivati nel pullman e siamo pronti per ripartire poiché siamo attesi ad Harkow, seconda città dell'Ucraina in ordine di grandezza, dove arriviamo il 4 luglio. L'assessore alla cultura, una ragazza di nome Larisa, ci conduce in mattinata in un campeggio estivo per bambini delle scuole medie, luogo perfetto per organizzare un'animazione: Sofia, muovendosi sui trampoli, da inizio alla festa danzando sulle note della cornamusa di Maurizio e sul ritmo delle percussioni di Angelo e Luciano, mentre Fausto, con i suoi burattini, attira l'attenzione dei più piccoli. Maurizio Bravetti nel frattempo inizia a disegnare alcune caricature sotto gli occhi estasiati di un gruppo di ragazzi: ognuno vorrebbe la propria e Maurizio, con calma, accontenta tutti. Il terzo Maurizio (Riganelli) scatta foto in continuazione mentre il secondo Angelo (Bianchi) controlla meticolosamente il Pullman che comincia ad accusare qualche acciacco. Qualche ragazzino prova a salire sui trampoli e qualche altro si cimenta con le percussioni, altri ancora provano a dipingere: è indubbiamente stimolante e piacevole riuscire a comunicare in questo modo, non conoscendo minimamente la lingua e avendo a disposizione gli strumenti dell'arte.
Salutiamo il piccolo esercito di bambini scatenati e ci dirigiamo verso il centro, dove è previsto il concerto nella piazza principale, ai piedi dell'imponente statua di Lenin, cosa impensabile fino a qualche anno fa. La musica pervade la piazza e l'effetto ormai é quasi scontato: approvazione da parte del pubblico eterogeneo che casualmente si è imbattuto in un evento quanto meno insolito e inaspettato. Molti giovani ci chiedono informazioni sulla nostra provenienza, sul tipo di strumenti, sul viaggio che stiamo facendo e se faremo sosta ad Harkow rientrando. Il sole sta tramontando e l'ombra della statua si proietta sulla piazza, come fosse un segno della tacita approvazione del grande Lenin.
Siamo invitati a cena a casa di Larisa. Qui ci rendiamo conto che dietro l' apparente e ostentato benessere, dietro l'imponenza dell'architettura monumentale, si nasconde una situazione di estremo disagio. Larisa vive al 4° piano di uno dei tanti casermoni-alveari di un quartiere periferico: il suo appartamento é molto piccolo e non c'è acqua corrente da almeno 2 anni, a causa di lavori in corso agli impianti idraulici della zona; usciamo per recuperare l'acqua con dei grossi secchi ad una fonte distante quasi un chilometro. A parte questo, l'atmosfera che si crea é molto bella e , dopo aver degustato alcune specialità ucraine, la stanchezza della lunga giornata si fa sentire e ci spedisce dritti tra le braccia di Morfeo.
Probabilmente è in Russia che sentiamo veramente di aver tagliato quel cordone ombelicale ideale che ci teneva legati all'Italia : ci accorgiamo che il viaggio vero comincia qui, e soprattutto dopo aver attraversato gli Urali per entrare in Siberia meridionale, nella Russia asiatica. La prima tappa nell'ex Unione Sovietica è Saratov, la città di Gagarin, con più di un milione di abitanti. Contrariamente a quanto ci sarebbe potuto aspettare, scopriamo che il tenore di vita è molto alto e le vie del centro abbondano di boutique e di bar sponsorizzati dalla Coca Cola e dalle multinazionali americane. Una giornalista italiana che vive qui da ormai 10 anni ci spiega che il sud della Russia europea è sempre stata la zona più ricca e che dopo la formazione della C.S.I c'è stato un fortissimo incremento del boom commerciale. Il nostro spettacolo nella piazza centrale riscuote un ottimo consenso di pubblico ed il Sindaco ci fa tirare fino a tardi nell'attesa che la televisione regionale venga a riprendere le immagini di questo evento cosi inusuale. Da Saratov ci muoviamo passando per Samara e Togliattigrad fino ad arrivare ad Ufa, capoluogo della Repubblica Autonoma dei Baschiri, dove ci prendiamo tre giorni di pausa. La strada comincia a farsi pesante:ci sono moltissime deviazioni che spesso ci dirottano nei campi adiacenti e la polvere all'interno del pullman rende l'aria irrespirabile, considerando che la temperatura esterna si aggira attorno ai 30°. Durante le soste serali cominciamo ad avvertire l'incalzante attacco delle zanzare, come previsto da copione, e sappiamo che più andremo avanti più ce ne saranno, e saranno ancora più feroci. Il 16 luglio, dopo aver percorso oltre 5.000 km, raggiungiamo la frontiera con il kazakistan: i poliziotti pretendono da noi un pedaggio di 350 dollari per il passaggio, nonostante i nostri documenti dichiarino un invito ufficiale. Non fidandosi delle nostre insistenti richieste, uno di loro ci accompagna a Petropavlovsk dove veniamo ricevuti dall'assessore alla cultura, madame Bakit, che con poche brusche parole congeda il poliziotto e ci invita nella sala mensa del comune per una sfiziosa colazione a base di speciali dolci kazaki. Tramite una interprete di lingua inglese, Lidya, riusciamo a comunicare e a prendere accordi per i due giorni di permanenza, due giorni veramente indimenticabili: visita al Museo Nazionale, visita guidata al parco-zoo, simbolo della città, degustazione cibi e bevande tradizionali (latte di cavalla), giri gratuiti nelle giostre del parco con sfida finale al karaoke (molto diffuso in kazakistan) tra il direttore del parco ed il nostro paladino Angelo. Naturalmente vince il direttore, ma si fa perdonare questo piccolo scherzetto invitandoci , dopo il concerto, ad una cena a base di piatti tipici kazaki, una vera prelibatezza. Ci congediamo a malincuore da questo piccolo paradiso e ci mettiamo in viaggio verso Omsk. Da questo momento in poi l'autobus comincia la sua lenta ed ostinata ribellione: una volta un raccordo delle condutture del diesel, un'altra ancora il freno motore, poi la marmitta. E fin qui riusciamo a cavarcela.. Ma quando ci accorgiamo che l'alternatore non vuole più saperne di funzionare la situazione si complica e a nulla serve il continuo girovagare per le officine meccaniche della Siberia, tant'é che saremo costretti poi a farci spedire il ricambio dall'Italia ad Ulan Bator , in Mongolia. In ogni caso non disperiamo, poiché fortunatamente il pullman non ha bisogno di tanta energia e riusciamo a supplire al guasto tenendo in carica le 4 batterie con il generatore durante le soste serali. Il direttore del teatro di Omsk, Boris Mesdric, ci offre tre giorni di ospitalità e ci invita ad assistere alla prima di uno spettacolo che rimarrà in cartellone per almeno due settimane e che noi conosciamo bene: Mirandolina di Goldoni. Nonostante la lingua russa, riusciamo ad apprezzare a pieno la commedia, interpretata con estrema professionalità. La sera, all'uscita, il nostro concerto che riceve i complimenti dell'affollato pubblico del teatro. Abbiamo del tempo per dedicarci alla visita del centro città e scopriamo che si tratta di un vero e proprio gioiellino nel cuore della Siberia, con un'architettura che sposa senza creare fratture l'antico al moderno. Troviamo dopo lunga ricerca un supermercato che vende acqua minerale senza gas e ne facciamo una grossa scorta: un litro d'acqua in Russia costa molto più di una birra ed è praticamente impossibile trovarla non addizionata ad anidride carbonica. Ci consoliamo con il fatto che il diesel costa 4 volte meno che in Italia. Novosibirsk, la capitale della Siberia, grande centro industriale nato nel secolo scorso, dista circa 700 km da Omsk: fra le due città ed ancora oltre l'immensa distesa del bassopiano occidentale e qualche paesino di contadini dove spesso la sera ci accampiamo. In uno di questi, Bulatovo, durante la notte veniamo derubati ed il mattino seguente scopriamo che sono scomparsi tutti i rullini fotografici: una perdita davvero grave, se si considera che 40 erano già stati scattati. Nonostante il tempestivo intervento della polizia di Irkutsk , non siamo riusciti a recuperare il maltolto e ci consoliamo sapendo che abbiamo a disposizione più di 40 ore di filmato e che riusciremo a recuperare un repertorio fotografico dalle immagini. Irkutsk è situata in una posizione strategica per la sua vicinanza con la Mongolia e con la Cina e sfrutta inoltre la navigabilità dell'immenso lago Bajkal, una delle bellezze naturali della Russia; i tratti somatici della popolazione iniziano a presentare elementi etnici mongoli e la tecnologia (hi-fi, autovetture...) tradisce una netta predominanza nipponica. Sulla riva dell'Angara, unico emissario del Baikal, eseguiamo il nostro concerto che si protrae fino a sera e si trasforma in una festa alla quale si uniscono più di mille persone attirate dalla musica. Conosciamo Alexander, personaggio enigmatico che ci fa pensare ad uno sciamano: con sua moglie e suo figlio si unisce al Pullman e ci accompagna fino alle soglie di Ulan Ude, capitale della repubblica autonoma dei mongoli buriati, ad un passo dal confine con la Mongolia. Lungo la strada incontriamo Francois, un ciclista francese di circa 50 anni che sta effettuando il giro del mondo in sella ad una bicicletta ultraleggera perfettamente equipaggiata, provvista di GPS, il noto rintracciatore satellitare. Il paesaggio sta cambiando: dalle lande siberiane costellate da concentrazioni di betulle ai boschi di conifere delle montagne circostanti il lago. L'atmosfera che si respira è molto diversa, lontana dai frastuoni e dalla frenesia delle megalopoli russe, anche se un enorme scultura della testa di Lenin domina incontrastata la piazza centrale di Ulan Ude. Ci rechiamo al consolato mongolo per regolarizzare i visti di ingresso e scopriamo che ci saranno sicuramente problemi per attraversare la frontiera fra la Mongolia e la Cina. Dopo un intricato intreccio di telefonate e messaggi, riusciamo a metterci in contatto con Franco e Paola, che nel frattempo avevano raggiunto Pechino in aereo per visitare la tomba di padre Matteo Ricci e attendevano il nostro arrivo: due giorni di transiberiana ed eccoci ricongiunti per affrontare insieme l'ingresso in Mongolia. Al confine lo stupore dei poliziotti, nel vedere arrivare un mezzo così particolare, si tramuta in estrema cordialità e con un sincero "welcome to Mongolia" ci invitano ad oltrepassare l'arrugginita cancellata. I 350 km che ci separano da Ulan Bator li percorriamo su una strada a tratti inesistente: non ce ne rendiamo neanche conto, presi come siamo dall'osservare la natura incontaminata che ci circonda, il verde intenso dell'altopiano che si incontra con l'azzurro cristallino del cielo, cavalli e yak allo stato brado accanto agli accampamenti dei pastori nomadi. Ci fermiamo a visitare uno di questi, accolti con entusiasmo: entriamo in una ger, la tipica tenda circolare dei nomadi dell'altopiano, mentre i bambini osservano con interesse la mostra dei disegni. Un pastore ci mostra la cattura al lazzo di un vivace puledro; un'altro si cimenta nello scuoiamento e la macellazione di un caprone. Ci congediamo lasciando loro come ricordo una decina di polaroid scattate in gruppo, cosa che mostrano di gradire molto. L'enorme cartello di Ulan Bator posto all'ingresso della Città testimonia un recente passato sotto l'egemonia dell'ex impero sovietico, presente in Mongolia fino al 1990, così come alcuni quartieri-alveare nelle zone periferiche e la magniloquenza architettonica della piazza Suhbaatar: ma il carattere e lo spirito di indipendenza dei mongoli è sempre sopravvissuto a qualsiasi tipo di dominazione ed è per questo che, schiacciato fisicamente tra la Russia e la Cina, il paese volge il suo sguardo ad occidente cercando come suo interlocutore l'Europa. Incontriamo fortuitamente Giancarlo Ventura, fondatore dell'associazione di cultura mongola Soyombo, da anni assiduo frequentatore di questa terra lontana: con lui pianifichiamo un piccolo programma che ci porterà a visitare le bellezze della capitale, grazie anche alla dispononibilità della sua amica Giulia, un'autoctona che, per amore del nostro paese, si fa chiamare con un nome italiano. Visitiamo il monastero buddhista di Gandan con il suo Buddha alto 28 metri, il museo di Bogd Khan, il grande mercato libero di Zha, il monumento all'amicizia mongolo-sovietica. Giulia è anche manager del gruppo folcloristico di musica e danza mongola Santa Lucia ed organizza per noi un pranzo all'interno di una ger-ristorante dove il gruppo si esibisce in nostro onore. Terminato il banchetto, consegniamo alcune targhe dei nostri comuni a ricordo dell'indimenticabile soggiorno, rinnovando il nostro invito per le prossime visite in Italia. Subito dopo ci rechiamo a casa dei musicisti dove attrezziamo l'apparecchiatura tecnica per una registrazione dal vivo di alcune musiche mongole, con la speranza di poter ospitare il gruppo in Italia per una serie di concerti unitamente al gruppo degli Ogam. Nel tardo pomeriggio il nostro spettacolo all'interno del parco centrale della città, al termine del quale riceviamo i ringraziamenti ufficiali di una rappresentante del Ministero degli Affari Esteri della Mongolia. Il 10 Agosto arriva all'aereoporto il tanto agognato alternatore: sistemiamo al meglio l'autobus e ci apprestiamo ad iniziare il viaggio di ritorno che purtroppo non sarà quello del progetto iniziale e ci vedrà ripercorrere a tappe forzate lo stesso itinerario dell'andata. Con un velo di tristezza nel cuore e l'intima consapevolezza di aver compiuto un'impresa fuori dal comune, mettiamo in moto il pullman, vero protagonista di quest'avventura, che, con il suo incedere elegante, ci ricondurrà in Italia. |
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Luciano Monceri |
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ARRIVA
IL PULLMAN |
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Ore 17. Cracovia, Piazza Seroka, sabato pomeriggio. Di fronte alla Sinagoga nel quartiere ebraico un’insolita afa allontana i passanti dal tipico rarefatto passeggio. Solo una piccola cricca di bambini gioca a rincorrersi. Arriva il pullman quasi alla chetichella, senwa ruòore. Il tempo di parcheggiare, e siamo già tutti all’opera. Dal nostro camperone, quasi per magia, escono gli allestimenti che andranno ad animare la piazza. Due cavalletti e una tavola formano un banchetto su cui, in bella mostra esponiamo depliants, brochure e libri sulle bellezze delle nostre regioni, programmi dell’Arena Sferisterio, CD degli Ogam. Dal portapacchi del pullman spunta in direzione del cielo un pannello 4x2 raffigurante Matteo Ricci e Fra Giovanni chini sopra il globo, progettato e realizzato dalla premiata ditta Riganelli & Bravetti.
Nel frattempo Sofia Bracalenti sui trampoli e Fausto Carloni con i burattini riescono a calamitare l’attenzione di bambini e curiosi che piano piano, quasi increduli si avvicinano al pullman. Pannelli già predisposti sfilano a fisarmonica per esporre i manufatti dei ragazzi delle scuole dell’obbligo di Macerata e Magione. Un potente impianto d’amplificazione sparge per il quartiere le prime note degli Ogam che iniziano il loro concerto quando la piazza è diventata quasi piena. E’ il crepuscolo e quel quartiere, teatro di vecchi drammi razziali, che appena tre ore prima sembrava sopito, ora vive un’aspettata allegria. La gente ha capito il nostro messaggio di pace e tolleranza, il nostro tentativo di abbattere con l’arte le barriere razziali che troppo hanno diviso gli uomini e che ancora li divideranno. Ma tentare è un dovere. C’è chi si avvicina e chiede in tutte le lingue possibili informazioni, chi resta con noi anche quando la festa è finita. Qualcuno compra i nostri CD, altri hanno fatto incetta di materiali promozionali, che ci siamo portati da casa, altri ancora hanno più volte fotografato questi piccoli eventi. E per consacrare quest’idea dello scambio interetnico non poteva mancare a degna conclusione della giornata cracoviana, un invito a cena all’Istituto Culturale Italiano, in occasione di un matrimonio tra un italiano e una polacca. Altra festa, ancora musica e un finale con botto per la nostra prima tappa del viaggio. |
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CARO
MATTEO RICCI..... |
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Pechino è davvero quell’immenso formicaio di cui avevo sentito parlare. Non immaginavo però quanto fossero entrati i cinesi nella modernità.
Viaggiare con una berlina di media cilindrata, magari costruita in Cina con una yoin-venture, o col telefonino cellulare in mano, è oramai nelle possibilità di molti pechinesi.
Il primo giorno io, Paola e Yuan andiamo alla tomba di Padre Matteo Ricci, scopo di questo nostro viaggio pechinese come “delegazione” del Pullman del Levante.
Le spoglie del padre gesuita riposano in un piccolo mausoleo sito in un cortile ove ha sede una scuola di partito.
Vicino al muro di cinta si notano numerose steli funerarie di altri missionari, frati e suore le cui sepolture furono buttate all’aria nel periodo della Rivoluzione Culturale.
Alla tomba di Li Ma To si accede varcando un portale di granito, dopo un breve camminamento.
C’è una grande calma e a rompere il silenzio c’è solo il cinguettio di qualche uccelletto. Appoggio la mia mano sulla stele di marmo sulla quale una breve incisione in latino racconta della permanenza dell’italicus maceratensis in quel di Pechino nell’impero Cataio del 1600. Mostro ad una zelante custode che ci ha accompagnato nella visita il libricino del Pullman del Levante e provo a spiegare che quel luogo, oltre alla Mongolia, è una delle mete principali della spedizione.
Eppure quel “dover cercare” il sito, il potervi accedere solo con un permesso speciale, in poche parole, quella collocazione nascosta della tomba di Ricci, è in contraddizione con la grandezza del luogo.
Quanti sanno oggi che dietro quel marmo sbalzato giacciono le spoglie di un uomo che raccontò ai Mandarini che esistevano anche le Indie Occidentali e che li convinse ad adottare il calendario gregoriano?
E non è forse legittimo il sospetto che la follia ideologica della Rivoluzione Culturale abbia indotto i manifestanti a disperdere anche le ossa del padre gesuita?
Vero o meno che sia qui c’è una “presenza” molto forte. E chissà che un giorno la sepoltura non riceva collocazione più degna?
Gianfranco Borgani
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CONSIDERAZIONI E PROPOSTE |
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1) A Kiev abbiamo visto come funziona l’Ambasciata italiana e abbiamo saputo una storia. Da quando l’Ucraina è divenuta indipendente l’Italia, è stato il primo paese occidentale ad allacciare rapporti diplomatici con la neo-nazione. Nel 1991 tutti i migliori uffici di Kiev erano liberi e l’ambasciatore italiano aveva ampia scelta. Tergiversarono in attesa di trovare un posto più economico ma, nel frattempo, tutti i funzionari alloggiavano in un albergo a cinque stelle. Qualcosa come 40 milioni al mese, più gli stipendi, naturalmente. Oggi, a distanza di 6 anni, sono provvisoriamente ospiti in un monastero ortodosso in attesa di sfratto. Nel frattempo tutti gli altri paesi occidentali hanno affittato i migliori uffici di Kiev e l’ambasciata italiana non riesce a trovare una sede di rappresentanza degna di tale nome. Forse si ritornerà in albergo. Sembra la classica storia italiana come classici italiani sono i suoi funzionari: ottimo stipendio, responsabilità rarefatte, comodità, divertimenti e assoluta noncuranza. Anche nei nostri confronti hanno evidenziato la sufficienza comportamentale che di solito si riserva a tutte le scocciature impreviste che fanno perder tempo e abitudini.
2) Il comune di Petropavlovsk al nostro arrivo ci ha offerto un buffet nel refettorio del palazzo comunale. Ciò ci ha dato l’idea di una struttura non soltanto burocratica, ma anche umana, dove il capitolo accoglienza aveva un ruolo importante. Perché non immaginare che dentro le nostre sedi comunali non ci possa essere una mensa o qualcuno almeno preposto per un caffè o un te, un salottino, una piccola farmacia, una doccia?
3) Immaginate un pullman di dieci russi che arriva a Macerata senza precisi contatti. Il gruppo entra ala Lauro Rossi per chiedere informazioni di una certa Barbara Poiaghi ed incontra Claudio Orazi. Cosa pensate che possa succedere? Noi non lo sappiamo, ma vogliamo sperare che accada quel che è successo a noi ad Omsk. Olga Andreevna, assessore alla cultura, è irrintracciabile ma il direttore del teatro, tale Boris Mesdric, ci accoglie, come ormai potremo dire , alla russa: attorno ad un tavolo si discute meglio. Un interprete a nostra disposizione, il collegamento internet e camere, all’interno del Teatro, preposte per attori, registi e scenografi, con acqua calda ( in Russia è veramente raro). Forse pensate che ciò sia troppo? In vero no, perché il direttore ci ha fatto dei doni di rappresentanza, ci ha fatto visitare la struttura del teatro, ci ha riservato i posti per uno spettacolo teatrale( Guarda caso “Mirandolina “ di Goldoni) e ci ha fatto eseguire il nostro concerto. Claudio Orazi avrebbe potuto fare qualcosa del genere per quei dieci stanchi russi arrivati in Pullman?
Maurizio Serafini
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CRACOVIA E LA
RIVOLUZIONE COPERNICANA |
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Il pullman è giunto a Cracovia sulle orme di Fra Giovanni da Pian del Carpine ed ha incontrato Copernico. Nelle aule dell’Università Jagellonica si respira ancora quell’atmosfera di studio nobile che ebbe il culmine nella figura del grande astronomo. La Polonia non è stata mai geocentrica eppure in questa porta d’Oriente, in questo crocevia di culture, sembra di stare nel cuore dell’Europa accentratrice; Cracovia è semplicemente meravigliosa, non meno di Praga o Vienna. Dopo Walesa è diventata una dei centri più vivi e organizzati della cultura europea. Non un poliziotto in giro, solo un sereno passeggiare nelle vie pedonalizzate del centro, un piacevole inebriarsi al tiepido sole del Nord, seduti in uno dei 350 locali cinti dalle mura storiche.
Da un tavolino della piazza puoi scorgere artisti di strada nel fantastico scenario delle chiese e dei campanili di Cracovia. La città è estremamente pulita attraversata dalla placida Vistola su cui si affacciano i vissuti argini destinati a prati curatissimi, specie dopo la visita del Papa di due settimane fa. Non mancano i parchi, anch’essi oasi nell’oasi. E per le strade tanta voglia di divertirsi: chi ride, chi balla, chi si bacia, chi s’incontra con la voglia ancora di vivere. Quanto durerà ancor prima che il tutto si trasformi nella solita alienazione europea che ben conosciamo?
Ieri abbiamo conosciuto Giulio, italiano di Pompei. Lavora all’Istituto Culturale Italiano e vive a Cracovia con Eva, pittrice e polacca. Ha capito e condiviso anche lui il nostro folle progetto per Pechino. Ci ha accompagnato per le strade di Cracovia mostrandoci i segni di un recupero vitale della città. Il quartiere ebraico, fino a pochi anni fa fatiscente e all’abbandono sta diventando un ricercato quartiere residenziale.
Oggi suoneremo lì, di fronte alla Sinagoga, dove ieri abbiamo assistito al rito ebraico, vicino ai locali più raffinati della città. Abbiamo conosciuto, sempre grazie a Giulio, l’Assessore alla Cultura di Cracovia che ci ha invitato ad un buffet all’aperto. Immaginate noi dopo tre giorni di pasti frugali di fronte a tanto ben di Dio. Andrea Cristofori, per esempio, dopo essersi riempito il piatto d’uova sode con la maionese è stato capace di dire che era felice di assaggiare la cucina locale. Durante la serata sulle rive della Vistola abbiamo assistito al concerto di Goran Bregovic, l’autore della colonna sonora del film Underground di Kusturica. 5000 persone compostamente in silenzio hanno ascoltato le magiche atmosfere musicali che vibravano sotto l’imponente castello di Cracovia.
Altri aggettivi positivi vanno rivolti alle ragazze di questa città: mediamente belle, spesso notevoli. Anche ad un occhio distratto ciò è evidente, figuratevi ad una comitiva di 10 italiani (di cui nove uomini).
Nella nottata, non a caso, sempre guidati da Giulio, abbiamo partecipato ad una scatenata festa privata. Senza bisogno d’alcolici ci siamo gettati nella mischia facendoci sicuramente notare. Per tutti una citazione a Maurizio Riganelli che, a torso nudo in mezzo alla pista, ballava come un neo John Travolta. Segni d’approvazione da tutte le ragazze.
Insomma una bella accoglienza, una bella atmosfera, ma sappiamo anche che già dall’Ucraina il nostro viaggio sarà diverso. Dovremo stare attenti, molto attenti; il brigantaggio è all’ordine del giorno, la criminalità è una piaga diffusissima e la povertà, che qui a Cracovia sembra un ricordo lontano, là è una realtà viva e condizionante.
Au revoir.
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ESILIO POLITICO |
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Siamo dieci viaggiatori incalliti, abbiamo percorso 6800 km in autobus per giungere in Siberia, precisamente a Novosibirsk, sua capitale. Qui venivano esiliate le menti più fulgide e lucide che contestavano il regime comunista, ma oggi ci vivono ben un milione e mezzo di persone. Visti i nostri problemi di adattamento allo stile di vita italiano ed occidentale in genere, la nostra incapacità nell’entrare nelle regole sociali, visto lo stress galoppante che sta invadendo le nostre città e vista soprattutto l’incredibile accoglienza e disponibilità dei Siberiani, la loro discrezione ed efficienza, la bellezza delle loro donne, la solerzia con cui risolvono tutti i nostri problemi e, diciamolo pure, l’esterofilia di cui sono un po' malati, i sottoscritti:
Angelo Bianchi
Andrea Cristofori
Angelo Casagrande
Fausto Carloni
Luciano Monceri
Maurizio Bravetti
Maurizio Riganelli
Maurizio Serafini
Secondo Lucarini
Sofia Bracalenti
CHIEDONO
Ai propri genitori, amici e parenti nonché alle autorità competenti, di essere qui trasferiti vita natural durante per un esilio politico volontario.
Ciò non solo semplificherebbe la vita a qualcuno dei residenti, ma gioverebbe non poco a quella creativa e affettiva dei richiedenti. La destinazione preferita sarebbe Omsk, dove tutti i componenti della spedizione sarebbero impiegati presso la compagnia del teatro stabile della città sotto la direzione di Boris Mesdric’, il quale garantirebbe vitto e alloggio presso la stessa sede del teatro. Sicuri di una vostra comprensiva risposta, porgiamo i nostri più ventosi saluti.
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SENTIRSI LUMACHE |
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Molte volte, specie da bambini, ci siamo soffermati a guardare per ore la lenta progressione delle lumache. Si rimaneva incantati da quella scia luminescente e irregolare che si lasciavano alle spalle i gusci rotondi delle chiocciole. La fantasia volava dentro quella casa mobile, apparentemente trascinata a fatica, e s’immaginava il letto o la cucina, forse anche il bagno. Ma dove stavano andando quegli animaletti pazienti nel loro incedere a zig zag? C’era una meta precisa o il loro obiettivo era quello di vagare per intere giornate in cerca di un senso? Di quel prato immenso avevano delle cartine geografiche? Ci s’immaginava che quel banale campetto da calcio per loro doveva essere un dedalo di strade, un intrigo insidioso di sequoie e imprevisti incontri. Oggi, noi, dieci amici, partiamo per Pechino con il nostro Pullman del Levante e ci sentiamo come quelle lumache che osservavamo attentamente da bambini. Finalmente viviamo da protagonisti l’immaginario dell’interno di quei misteriosi gusci. E ve lo possiamo confermare: c’è la cucina con una scorta alimentare di tre mesi, fornelli, spezie, un cuoco che si chiama Secondo, tavoli, panche, tovaglie e bicchieri. In ogni parte del mondo siamo autosufficienti. Ci sono comodi letti per accompagnare le novanta lune che vivremo insieme e coperte e cuscini. C’è il bagno e i suoi servizi. Ma questa lumaca è anche tecnologizzata: due computer a bordo, telecamere, macchine fotografiche, ponti di comunicazione, lettori CD e il suo gran manovratore Andrea. In questa lumaca ci si diverte: ci sono i tamburi di Angelo, i flauti di Maurizio, le chitarre di Luciano, i burattini di Fausto, i trampoli di Sofia e i disegni di un altro Maurizio. A proposito di Maurizi, sembra che in questo pullman vi proliferi questa specie. L’ennesimo è il gran macchinista che tutto fa funzionare a bordo. E a proposito di Angeli (di questi non ce ne sono mai troppi) il secondo e ultimo è il gran macchinista di questa enorme casa mobile policroma e allegra. L’incedere è lento ma paziente e la meta di Pechino sembra lontanissima, specie dopo i primi due giorni di viaggio. Ma forse è proprio vero che le lumache trovano il senso dei loro spostamenti nel vagare imprevedibile per le vie misteriose dei loro prati, negli incontri occasionali e nelle insidiose varianti. Così è anche la vita, come il mondo che stiamo percorrendo (“E gira il mondo gira”).
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MONGOLIA |
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Forse nessuno è più libero, più difficilmente sottomettibile di un mongolo. Le sconfinate praterie, le Yurte calde e accoglienti che in ogni momento possono essere smontate e rimontate a centinaia di chilometri, i cavalli. Vita dura, specie d’inverno, ma irrinunciabile. Spariti o confinati gli Indiani d’America, i Mongoli restano l’unica popolazione nomade a non aver accettato il moderno stile urbano stanziale. Anche chi vive in città (vedi Ulan Bator) ancora possiede una tenda nella steppa in cui va a vivere durante l’estate o durante i week-end. E la cosa sorprendente è che questa è una scelta incondizionata perchè ormai in Mongolia c’è tutto: tv, auto, beni di lusso, servizi telematici anche migliori di quelli russi. Ciò nonostante la vita nomade, i suoi rituali e la sua cultura restano di gran lunga più forti. Le strade, ormai abbandonate a sè stesse, non sono ancora concepite per le auto, ma per i carri e i cavalli. Gli abiti, anche in città, sono quelli tradizionali e, nonostante l’invasione russo-comunista, la religione buddhista, i riti sciamanici, l’allevamento delle renne, la caccia, la doma dei cavalli, la cucina, restano quasi del tutto integri.
Superata Darkan, la seconda città della Mongolia (circa 50.000 ab.), ci inoltriamo nella principale arteria stradale che giunge fino a Ulan Bator. Una strada che, per giusto rapporto con quelle italiane, potrebbe essere considerata una delle carrareccie di campagna. Trecento chilometri di praterie che si snodano tra dolci rilievi montuosi che a volte ricordano i nostri Sibillini. L’altipiano mongolo non scende mai sotto i mille metri di altezza, non ci sono città, solo piccoli villaggi di Yurte. Il pullman sosta in uno di questi e l’accoglienza è veramente straordinaria. Pur nell’incapacità di comunicare riusciamo comunque ad entrare con gli abitanti del villaggio in quell’intimità rara anche tra persone che parlano la stessa lingua. Suoniamo per loro, ci facciamo le foto insieme e in cambio ci mostrano le loro prodezze al lazzo, la lotta mongola, la mattanza di una capra. Riusciamo anche a ballare insieme e nel salutarci, alla nostra ripartenza, capiamo che, in fondo, anche noi abbiamo quel desiderio ancestrale di vivere secondo i ritmi della natura. Un desiderio soffocato probabilmente dall’incapacità di riuscire a sopravvivere in tali condizioni estreme.
Ulan Bator, la capitale, ha 600.000 abitanti, molti dei quali lanciati verso una modernità importata dalla Cina, ma nel contempo tutto parla di Mongolia. Centri Internazionali di Lingua e Cultura mongola, Università di Letteratura e Arte, e fortissima è la tradizione della musica e della danza. Sono ormai molti gli europei e gli americani, in cerca del paradiso perduto, ad essersi legati a questa terra, più o meno continuativamente. Conosciamo Mike da Berlino, in scambio culturale con il Centro di Arte Moderna, Rodica, rumena di Bucarest, ormai padrona della lingua mongola, già claustrofobica a Ciaucescu e reattiva a tal punto da preferire la vita nelle steppe, e soprattutto Giancarlo Ventura da Milano, 55enne, presidente dell’Associazione di Cultura Mongola Soyombo. Giancarlo sembra una figura uscita dai libri degli esploratori, una mole di tutto rispetto, una grande capacità comunicativa, un passato da viveur, una grande passione per la Mongolia e un faccione a metà tra Matteo Ricci e Cesare Zavatti, il polarista civitanovese. Grazie a lui e agli altri entriamo in contatto con una rappresentante del Ministero degli Esteri mongolo e con Giulia e Dandin, una coppia che vive a Ulan Bator ma con assidui rapporti con l’Italia. Grazie al loro microbus visitiamo i principali templi buddhisti, consumiamo un ottimo pranzo in una Yurta-ristorante, in cui assistiamo all’incredibile spettacolo di musica e danza tradizionale del gruppo Santa Lucia. Per gli Ogam è una ghiotta occasione per conoscere dei professionisti. L’incontro è proficuo:insieme registriamo dei brani, in una giusta contaminazione culturale, tipica del percorso di ricerca del gruppo maceratese e insieme pianifichiamo un eventuale tour in Europa per l’estate ‘98. Al momento ci accontentiamo di un concerto molto applaudito nel parco centrale di Ulan Bator. Sette giorni sono pochi per conoscere la Mongolia, ma l’assaggio è stato a dir poco esaltante, tanto che ci ripromettiamo un prossimo ritorno. I tempi stringono, la meta ultima è raggiunta. Da questo momento ricomincia il ritorno a casa. Il viaggio del Pullman del Levante non è ancora finito.
Maurizio Serafini
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NEL
REGNO DI GENGIS KHAN |
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Lasciata Irkutsk la strada peggiora e comincia a salire. Grosse pietre sulla statale mettono a dura prova il nostro pullman che già, da qualche giorno, sta camminando senza l’alternatore. Il guasto non ci consente di rigenerare la batteria che, mano a mano, sta scaricandosi. Fortunatamente abbiamo il gruppo elettrogeno che di notte provvede a sostenere l’esile vita del nostro impianto elettrico. Nonostante i tentativi di aggiustare il guasto non c’è stato niente da fare . Proseguiamo pur sapendo che il rischio di rimanere per strada è alto. Telefoniamo in Italia a Gianfranco Borgani che si adopererà per recuperare il pezzo necessario, ma con lui l’appuntamento è ad Ulan Ude, l’ultima città russa prima della Mongolia, che dista da Irkutsk più di 400 chilometri. E queste strade non promettono niente di buono. L’andatura è lenta, circa 30 Km orari, ma l’appagamento del paesaggio ci fa dimenticare i nostri problemi. La piana siberiana ha lasciato posto alle montagne verdi e boscose dell’Altaj. Il clima si è irrigidito. Con noi viaggiano Sasha, Angela e Silvester di Irkutsk. Sasha sembra l’ultimo dei mohicani, sua moglie Angela è di razza cinese e il figlio Silvester un incrocio che ha dato frutti bellissimi. Ci accompagnano fino al lago Bajkal, il bacino più grande del mondo di acqua dolce, circa 1.500 Km di coste e una profondità che tocca i 1700 m. Famoso per le sue acque azzurre, alimentate da più di 350 fiumi, il lago ci invita ad un tuffo nelle sue estreme temperature siberiane per un bagno refrigerante. Ulan Ude è la capitale della Repubblica Buriatia. Qui i volti sono cambiati: somatismi mongoli sostituiscono le espressioni russe, ma la struttura urbana rimane sovietica. Monumentalistica di regime e i soliti uffici e negozi decadenti e polverosi. All’Hotel Gesar ci incontriamo con Gianfranco Borgani e Paola Giuliante, i nostri ambasciatori pechinesi. Ma con loro non ha viaggiato nessun alternatore. Arriverà direttamente ad Ulan Bator con una delegazione mongola partita dall’Italia. Ci attendono ancora 600 Km di strade impossibili con la batteria quasi a terra e, soprattutto, una frontiera per nulla facile. Con un treno o con un’aereo Ulan Bator si raggiunge facilmente, ma con il pullman è ancora cosa quasi impossibile, o così sembra. Ormai ci affidiamo alla consueta buona stella che sempre ci ha accompagnato in questo viaggio e raggiungiamo la frontiera con i soli nostri visti personali. Cinque ore di sosta, discussioni (in che lingua non si sa), sballottati da ufficio ad ufficio. I doganieri, la polizia di frontiera,tutti sono perplessi. La richiesta di far entrare in Mongolia un pullman che viene dall’Italia è tanto inusuale quanto non contemplata. Sappiamo di essere sul filo del rasoio. I loro sguardi manifestano incertezza. Qualcuno telefona non si sa dove, qualcun altro prova a cercare un motivo per non farci passare. Tentano di spiegarci qualcosa: forse vogliono dirci che ci vuole una autorizzazione speciale, forse che così facendo scavalchiamo l’iter nazionale che regola il turismo in Mongolia, forse non ci sono pompe di benzina. Ipotizziamo tutto quello che ci aveva detto l’Associazione Italia-Mongolia di Torino. In realtà stiamo facendo proprio tutto quello che l’Associazione ci aveva totalitariamente escluso di fare. E ne siamo felici. Perchè, forse per un po’ di fortuna, forse grazie a due,tre canzoni italiani cantate negli uffici doganali, entriamo in Mongolia. E gratuitamente. Dall’Italia ci avevano chiesto per un soggiorno dapprima 40$ al giorno a testa, trasformatisi poi in 100$ più le spese consolari. Una cifra impossibile che ci aveva fatto rinunciare al progetto Mongolia passando per le vie ufficiali possibili, o almeno più ovvie, in Italia. Abbiamo così attivato due studenti mongoli a Perugia che hanno agevolato con i loro fax la nostra incredibile richiesta. Ribadiamo che la nostra spedizione ha intenti culturali e di scambio ufficiale. Ciò non è stato capito dalla signora Perotti e da Albertinetti dell’Associazione Italia-Mongolia e dal Console Colleoni di Trieste. Ci hanno detto che operazioni del genere non hanno privilegi. Restiamo comunque dei turisti. Qui ad Ulan Bator abbiamo capito molte altre cose. Innanzitutto che questa Associazione, d’accordo con il Consolato di Mongolia in Italia, è interessata soprattutto ad avere un reddito dal turismo in Mongolia e dal tesseramento e ciò che non genera guadagno non è contemplato. Alla faccia degli scambi culturali. Questa non è solo la nostra opinione, sono d’accordo con noi anche l’Associazione di cultura mongola Soyombo di Milano, il cui Presidente abbiamo incontrato ad Ulan Bator, i mongoli che abbiamo conosciuto qui e che hanno rapporti con l’Italia e lo stesso Ministero degli Esteri che ci tiene a precisare, per dare una veritiera immagine del paese, che la Mongolia oggi è uno stato libero, in fase di organizzazione, dove non è necessario prenotare alcun albergo, nessuna guida, nessun rifornimento di carburante. Siamo stati invitati a cena da Giulia, mongola con assidui rapporti con l’Italia, che ci ha fatto conoscere, tra l’altro, i principali monumenti di Ulan Bator, abbiamo fatto una riuscita animazione in un campeggio internazionale per bambini, abbiamo recuperato il nuovo alternatore all’aeroporto e domani suoneremo in concerto insieme ad un gruppo di musica tradizionale mongola dal curioso nome di Santa Lucia. Crediamo che questi sono i veri scambi culturali e non quelli che ci si arroga di fare da una scrivania di Torino e che malcelano i veri interessi economici.
Maurizio Serafini
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Maurizio Bravetti |
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OLTRE CORTINA |
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Nel bene e nel ma le siamo nell’Est, quello vero, favoleggiato, quello oscuro e misterioso. Siamo tra i custodi gelosi di una cultura e una tradizione da sempre risultata sfuggente, specie per noi mediterranei. Già alla frontiera Polonia-Ucraina si respirava un’aria diversa. Quegli enormi uffici doganali, quasi labirintici, decadenti e arroganti funzionari, quella vecchia modulistica ingiallita continuamente da compilare e far timbrare, quelle continue file d’auto, quelle sbarre consequenziali. Questa era e forse è ancora la vera cortina di ferro.
Al di là i prati fino all’orizzonte, sovente spezzati da intense macchie arboree. In questa fertile pianura, vecchio granaio dell’URSS, ancora è lavorante, la gran parte della popolazione ucraina. Come in una descrizione tolstojana, frotte di contadini lavorano ancora a mano quasi del tutto assenti le macchine agricole. Attorno ai campi, come rifugi, le case di questa povera gente, piccole, di legno ad un unico piano. Quasi sempre attorno oche ed animali domestici.
Scene bucoliche antiche si susseguono: pesanti carri trainati da cavalli sembrano i mezzi più usati e generano tenerezza i visi delle vecchie donne che tengono al laccio, in una lenta ed infinita passeggiata, le mucche da latte, loro unica ricchezza. Il pullman passa per ore lungo strade senza curve e raramente frequentate e sembra perso nell’immobile pianura ucraina. Eppure basta una sosta in mezzo alla campagna, per far uscire, non si sa da dove, uomini curiosi e un po’ invadenti, tendenzialmente alcolisti, come gran parte dei russi del resto. Scambiamo del vino italiano con la loro vodka e ci riemergiamo nelle strade infinite che portano a Kiev. qui ci aspettano quelli dell’Ambasciata Italiana che gentilmente ci fanno parcheggiare all’interno di un complesso monumentale, sotto gli occhi inferociti dei pii ortodossi. Sì perché l’ambasciata italiana, non si sa come e perché, si trova nel comprensorio del Monastero Labra, un esteso territorio sacro, fatto di cappelle e chiese, completamente immerso in un parco secolare in posizione panoramica rispetto alla città moderna. E’, per intenderci, come una città del Vaticano per i cattolici o la Mecca per i mussulmani: una città sacra e il nostro profano pullman infastidisce non poco i suoi guardiani. Qui ha sede l’incredibile “Oro degli Sciiti” che già arrivò in Italia per una memorabile mostra nel 1995, qui c’è una sorta di lazzaretto dove gli infermi implorano la guarigione e soprattutto qui c’è una delle massime espressioni dell’architettura bizantina. Un’oasi silenziosa, piena di rispetto, quasi contraddittoria con il caos della città sottostante. Il nostro referente Balloni da Viterbo ci ha messo ha disposizione il buon Vasily che ci ha aperto i bagni per una vitale refrigerata e ci ha concesso una telefonata in Italia. La nostra comitiva, nonostante la stanchezza sta rispondendo bene e alla sera, seduta al consueto tavolone sul prato, si stringe attorno alla fioca luce delle candele per giocare, scherzare, parlare delle impressioni e dei problemi avuti. Oggi 2 luglio abbiamo lo spettacolo in centro a Kiev e incontreremo i rappresentanti del teatro dell’Opera per donare loro i programmi dell’estate 97 dell’Arena Sferisterio di Macerata. Anche questo fa parte della nostra ambasciata di pace e cultura.
Maurizio Serafini
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PARTENZA DA SARATOV |
Giovedì 10 luglio ‘97
Direzione Ufa: mancano ancora 200 chilometri. Fortunatamente la strada sembra più buona del previsto: abbiamo imboccato la M5 che ci accompagnerà fino ad Ulan Ude e sembra essere in ottime condizioni. Il tratto da Saratov a Samara è stato decisamente infelice, pieno di deviazioni e di sterrati dove abbiamo imbarcato una marea di polvere. Il pullman avrebbe bisogno di una ripulita generale con un aspirapolvere da 10.000 watt! Piove e dopo aver percorso quasi 400 chilometri non è piacevole fermarsi senza potersi stendere su di un prato a godersi serenamente e senza rumori le cinque ore di luce fino al tramonto. Abbiamo superato il terzo fuso orario. La sosta a Saratov, città con più di 1.200.000 abitanti, c’è piaciuta molto. Nonostante una palese disorganizzazione dovuta a non ben precisati accordi presi in Italia prima di partire, siamo riusciti a coinvolgere l’amministrazione regionale di Saratov che, nella persona di Pavel, un ragazzo di 23 anni con la faccia da bambino, ci ha decisamente risolto il problema del permesso per la realizzazione dello spettacolo. Alle ore 19.30 del 8 luglio, infatti, gli Ogam hanno suonato in una delle piazze principali della città e ad ascoltarli c’era molta gente, compreso il sindaco, la televisione regionale e la stampa locale. I russi sostengono che Saratov è rinomata per le bellezze femminili e in molti la raggiungono per rendersene conto di persona. Noi non lo sapevamo ma possiamo senza dubbio confermare la notizia. Oltre tutto questa regione del sud è tra le più ricche della Russia e non manca certo l’ostentazione che si traduce in abiti alla moda, cani di razza pregiata, automobili di grossa cilindrata di provenienza occidentale. La mattina del nove Pavel ci raggiunge al parcheggio verso le dieci per risolverci ulteriori problemi: primo fra tutti, le batterie supplementari del pullman. Ci accompagna quindi a comprarle, poi ci indica dove poter far rifornimento d’acqua, ed infine ci accompagna in una stazione Internet dove, vista l’impossibilità di comunicazione diretta con l’Italia, scarichiamo in posta elettronica tutto il materiale accumulato in questi giorni, sia immagini sia documenti. Un po' di spesa, ultimi saluti e via si parte. La dimensione del viaggio, di questo viaggio in particolare, sta acquistando sempre più le sembianze di una “parentesi” all’interno di un discorso e, come spesso accade a chi scrive, il concetto espresso nella parentesi può diventare talmente importante ed incisivo da rischiare di sostituirsi al discorso stesso.
Maurizio Serafini
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PROFESSIONE: ITALIANO |
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La Russia, che Russia. Immensa e spietata. Chilometro dopo chilometro rappresenta se stessa in una sconfinata piana. Il Bus va, continua tra strade decenti e sterrati polverosi. Passano le ore, i giorni, eppure sembra che stiamo fermi. I nostri corpi si sono adeguati ai ritmi della strada e non brontolano più, i nostri pensieri son diventati fili d’erba e betulle. Ogni cinque-seicento chilometri le città, vere concentrazioni umane: Omsk, Novosibirrsk, Krasnoiarsk, Irkutsk. Città moderne, vive, sempre oltre il mezzo milione di abitanti. Tra di loro la steppa. Chi ci vive, tranne rare eccezioni, è nato e cresciuto in queste isole urbane. I contatti con l’occidente sono solo storia recente. E lo straniero è visto come una straordinaria presenza. Figuriamoci un Pullman colorato che arriva con dieci italiani per nulla timidi, capaci di improvvisare situazioni già anomale per l’Italia. Ma andiamo per ordine. Dicevamo di queste città. Ma anche di qualche piccolo villaggio rurale dove la vita scorre ai ritmi di un secolo fa. Case di legno appena attrezzate per sopportare i rigori dell’inverno siberiano che per nove mesi registra temperature anche di 40 gradi sotto zero. Una piccola economia basata sull’allevamento, carri trainati da cavalli al posto dei moderni automezzi e, unico contatto con il mondo, un treno, la Transiberiana, che sfreccia senza accorgersi di queste piccole comunità. Nelle città, specie ad Irkutsk, è talmente facile entrare in contatto con gente che ti vuole conoscere che spesso per avere i tuoi spazi occorre rinchiudersi nel bus. Chi ti chiama, chi ti invita a casa, chi a bere un bicchiere di vodka. E se, come nel nostro caso, c’è qualcuno che installa un impianto di amplificazione sulla piazza, esegue un concerto e organizza una discoteca all’aperto, non può certo facilmente congedarsi da certi contatti. Nonostante le difficoltà di comprensione linguistica, centinaia di ragazzi vogliono parlarci, ci chiedono autografi, baci, strette di mano. Le ragazza ci invitano a ballare, qualcuna si spinge anche oltre. E’ difficile ritirarsi a dormire. Quasi fino all’alba la vita continua. Con noi si sono uniti Marika, in viaggio da Hong Kong, Luis e Nestor, peruviani sposati qui ad Irkutsk, nonostante questi ultimi vivono qui da dieci anni dicono di non essersi mai ricordati una piazza piena di ragazzi scatenati come quella che siamo riusciti a movimentare noi. Ci lasciano dicendoci una frase che riportiamo integralmente: “L’italiano non è un popolo, è una professione”. I giornalisti si accalcano per le interviste, per le foto. Ci arrivano fiori da tutte le parti. Ciò ci fa pensare a quanto poco basta per creare aggregazione in queste città fino a poco tempo fa oppresse dal regime militare. Una rovescio della medaglia i problemi connessi all’alcolismo da vodka: qualche rissa, conseguenti arresti, e soprattutto automassacri fisici.
Maurizio Serafini
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RUSSIA: 7/7/97 |
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Ieri abbiamo aperto la cartina della Russia e ci ha preso un comune sentimento di sarcasmo misto a pianto: dopo 15 giorni di autobus siamo ancora terribilmente lontani dall’oriente. Le facce stanche, i primi acciacchi danno la misura di questa massacrante impresa. Abbiamo percorso solo 3500 km ad una media di 50 km l’ora e ne dobbiamo fare ancora più di 20000 su strade di qualità inimmaginabile. L’immenso territorio pianeggiante si perde a vista d’occhio e le distanze tra città e città non sono neanche alla portata della nostra immaginazione. In queste giornate passate nella nostra casa comune ambulante, ammazziamo il tempo ascoltando musica, giocando a scacchi; c’è chi studia il russo, chi si prepara una bevanda calda, chi va smangiucchiando mentre i tre autisti si alternano alla guida: Carloni, Riganelli e Serafini. Qualcuno prova a dormire, ma l’asfalto precario di quest’asfalto senza curve non concilia un sonno sereno. A volte si ricordano insieme le situazioni vissute: il concerto al parco di Kiev, l’animazione fatta ad una colonia estiva di bambini, l’incredibile situazione del concerto sulla piazza centrale di Harkow, sempre in Ucraina. Immaginate una piazza enorme , tipica del vecchio regime comunista, con l’immancabile statua di Lenin che si staglia verso il cielo, concepita sicuramente per le imponenti parate militari. Ed ora metteteci un pullman ( autorizzato ovviamente) posteggiato a 10 metri dalla statua di fronte al palazzo municipale, la mostra, il concerto: “roba dell’altro mondo” e sono parole testuali dei sorpresi abitanti di questa città che sono più di un milione e mezzo. Della Russia per ora conosciamo solo le campagne, le immense distese coltivate, le pompe della benzina, malmesse e senza insegne, gli innumerabili posti di blocco: al momento siamo stati fermati più di 20 volte dalla polizia che ci ha sempre lasciato proseguire dopo aver visto la nota verbale dell’Ambasciata. Una considerazione comune è quella di aver trovato gente molto più tranquilla ed ospitale di quella trovata in Ucraina e di quanto ci fossimo aspettati. Gli stessi poliziotti e doganieri sembrano più umani e duttili all’immagine di replicanti che abbiamo di loro in occidente. Ne sa qualcosa Andrea che è stato sorpreso dalla polizia di frontiera a fare riprese con la telecamera alla dogana. In altro tempi forse avremmo potuto perdere il cameraman ed il viaggio sarebbe finito. Oggi con un semplice rimprovero è stato invece tutto risolto. |
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Fausto Carloni |
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UCRAINA |
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Attraversiamo la Polonia del Sud per raggiungere la frontiera Ucraina, la porta d’accesso all’oriente. Qui il primo impatto con l’insidiosa macchina burocratica delle nazioni post comuniste.Oltre a questo un simpatico quanto imprevedibile incidente: con incedere da elefante il nostro pullman si accinge a varcare la frontiera ma s’impiglia con il portapacchi sulle lamiere arrugginite del soffitto sotto lo sguardo quasi indifferente dei poliziotti. Tutto si risolve grazie alle manovre tecniche dell’agile Riganelli. Non appena passata la frontiera abbiamo percepito immediatamente la netta differenza tra un paese che sta cavalcando l’onda del progresso e del capitalismo e l’altro, dove sembra di essere stati catapultati 40 anni indietro nel tempo: pochi mezzi, carri trainati da buoi, mucche al pascolo “obbligato” ai margini della strada, contadini dediti al lavoro manuale nei campi, strade che permettono un’andatura media di 40 Km all’ora. Abbiamo centrato in pieno una buca che ha letteralmente fatto volare l’autobus, creando un terremoto all’interno, e forse abbiamo problemi ad un ammortizzatore posteriore destro: Angelo il meccanico si attiverà per fare una diagnosi più precisa.
Dopo aver percorso quasi 750 Km dal confine, stiamo entrando nella città di Kiev, capitale dell’Ucraina, il traffico s’infittisce e noi ci buttiamo nella mischia alla ricerca del nostro rifugio per la notte: l’ambasciata Italiana. Durante il tragitto abbiamo modo di apprezzare l’imponenza dei monumenti architettonici della città, simbolo di un glorioso passato comunista. Raggiungiamo l’ambasciata dopo non pochi tentativi, anche perché è situata all’interno di un antico monastero ortodosso. Attraversando tre archi, entriamo in un piccolo parco circondato dalle guglie dorate dei monasteri: ci accoglie il signor Balloni che fortunatamente ci ha aspettato nonostante il nostro ritardo all’appuntamento fissato. Ci mette a disposizione un piccolo bagno all’interno dell’ambasciata e ci consente di fare alcune telefonate. L’aria che si respira è in ogni modo un po' tesa: il signor Balloni ci avvisa che in città c’è molta criminalità ed è fondamentale seguire alcune regole principali. Non lasciare mai il pullman da solo e fare gruppo sempre e in ogni caso.
P.S. Ore 11.45 del 2 luglio
Angelo il meccanico ha riparato il guasto all’ammortizzatore del pullman. Si era rotto un tubo che portava l’aria compressa al sistema di sospensione pneumatica. Siamo in buone mani . fra poco ci collegheremo con Sergio via modem e speriamo che vada tutto bene!!!
Sono le 21.30 del primo luglio. Siamo esausti e ci accingiamo a fare cena dopo avere attrezzato il nostro piccolo ristorante. menu. antipasto d’alici, capperi e olive; primo piatto: pipette rigate ai piselli e cipolla; dolce: fette biscottate con marmellata di fragola. E’ con noi anche Vasily, il guardiano dell’ambasciata, che gentilmente ci ha seguito nelle manovre d’assestamento. Finita la cena, prima riunione di gruppo a distanza di una settimana di tempo dalla partenza: piccoli problemi all’apparenza facilmente superabili, ma vedremo col tempo quello che succederà.
Abbiamo già percorso 2500 Km.
Luciano Monceri |
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UFA
- RUSSIA |
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Venerdì 11 luglio venerdì 11 luglio ‘97
Ore 16.00, o meglio, 17.00. Abbiamo superato un altro fuso orario. Siamo ad Ufa. La Russia è sinonimo d’imponenza: città enormi, monumenti esagerati, distese vastissime di coltivazioni. Ieri abbiamo attraversato Togliattigrad e lo spettacolo non è stato certo entusiasmante: l’imponente diga sul Volga sulla quale si snoda la strada che conduce al paese è sovrastata da una centrale elettrica di proporzioni smisurate: di conseguenza si è sviluppato intorno ad essa un grosso centro industriale che rende l’aria irrespirabile e malsana. L’acqua del fiume nei pressi della diga è coperta da una patina di sostanza oleosa multicolore. La pioggia battente che si amalgama con lo smog e l’odore insistente d’ossido di carbonio hanno fatto si che il nostro unico desiderio fosse quello di uscire il prima possibile dalla città e, non appena usciti, abbiamo avuto la netta sensazione di aver superato una crisi di claustrofobia. Questa mattina invece la fitta pioggia di ieri si è trasformata in un acquazzone: ci siamo svegliati con tuoni e lampi che cadevano a terra da ogni parte. Tale fenomeno in questa zona deve essere abbastanza frequente, dato che ieri sera prima di fermarci abbiamo notato che molte abitazioni e stazioni di servizio erano munite d’alti parafulmini. La perturbazione comunque non è ancora passata e, nonostante i nostri continui spostamenti chilometrici, ci troviamo sempre sotto un cielo plumbeo pronto a riversare acqua. Anche il clima in Russia segue le regole generali di macrodimensionalità.
Luciano Monceri
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Sofia Bracalenti |
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UFA
12/7/97 |
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Ci stiamo inoltrando nella Siberia e il tempo è già cambiato. Due giorni di pioggia e un repentino abbassamento della temperatura ci ha ridato la grigia Russia del nostro immaginario. Saratov, la prima vera città in cui abbiamo sostato, ci aveva particolarmente sorpreso per la sua organizzazione, vitalità e pulizia. L’impatto con la Russia è stato veramente sorprendente: isole pedonali, sorrisi cortesi, passeggio fra boutique e negozi d’ogni tipo. Questa bella città sul Volga ci ha lasciato veramente a bocca aperta, anche per l’accoglienza che ci ha riservato durante il concerto: una piazza piena di gente attenta e composta. Dopo aver conosciuto il sindaco, i giornalisti e d alcuni ragazzi, abbiamo saputo che di questa freschezza culturale e di quest’atteggiamento europeo, Saratov rappresenta una delle eccezioni della Russia moderna. E’ una città ricca e piena di belle ragazze. Così dicono almeno i russi che vengono qui da tutte le parti per cercare moglie. Per quanto ci riguarda possiamo solo confermare. Ufa, seconda città/sosta, in effetti, ritorna agli standard russi. Una città stanca, dai ritmi monotoni, ma con il grande fascino che appartiene alle terre di mezzo. Già si vedono, in alcuni visi, i tratti somatici del grande oriente. Le strade svuotate dal traffico e i mercati poveri e senza assortimento; i servizi rarefatti e la solita monumentalistica di regime appaiata alla fatiscente e decadente mobilia dei negozi e degli uffici. Un’ora di prima mattina seduti in una caffetteria di periferia ci ha poi dato uno spaccato di vita tipica di provincia: una silenziosa sequenza di uomini che velocemente trangugiavano 200 ml. di vodka tutta d’un fiato. Ogni tanto si rivedeva qualche faccia vista 10 minuti prima. E curioso era vedere i loro piedi, capirne l’andatura. Quel gradino di metallo all’ingresso per qualcuno diveniva sempre più alto, faticoso da superare. Ma la cosa più impressionante era vedere l’impassibilità nei loro visi dopo una bomba del genere, la loro solitudine silenziosa, la compostezza della fila. Mi è sembrato di leggere nelle pieghe degli occhi la ricerca paziente e consapevole della morte. Senza scampo, senza qualità, con un unico e micidiale rimedio alla mancanza di brividi emotivi. Il silenzio regna in questa città, emergono solo i sussurri. Ciò concilia le riflessioni e le osservazioni e un po’, forse, ci sentiamo come Tolstoj che riusciva a focalizzare, con dovizia di particolari, ambienti, persone e condizioni psicologiche di una Russia lenta e sopita come quella vista qui a Ufa.
Maurizio Serafini (Oltre Cortina) |
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UNA FIABA KAZAKA |
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16-18 luglio 97
La strada nazionale M 51 percorre per intero tutta la Siberia costeggiando la mitica linea ferroviaria. Chi la progettò non prevedeva certo che l’impero sovietico si sarebbe frammentato in una serie di stati più o meno grandi. Cosicché oggi un breve tratto di 250 km si snoda in kazakistan. Noi lo sapevamo ,tant’è che avevamo già provveduto ai visti necessari, ma ciò che non sapevamo è che alla frontiera ci avrebbero chiesto per diritto di transito la cifra di 350 dollari.Viste le nostre esigue finanze ciò sarebbe stato un colpo letale. Per cui si prospettavano due uniche soluzioni: ritornare indietro allungando così il tragitto di altri 400 km o azzardare l’ipotesi che il comune di Petropavlovsk, città capoluogo della regione, ci stesse aspettando per il nostro spettacolo, cosa che sulla carta non era per niente scontata, dato che le comunicazioni tra le ambasciate competenti e le rispettive municipalità non avevano finora funzionato. Un commissario di frontiera , scettico ma zelante, trattenendo il nostro libretto di circolazione, ci ha concesso questa ipotesi e ci ha quindi scortato fino al palazzo comunale negli uffici dell’assessorato alla cultura. Qui abbiamo incontrato madame Bakit, una lady di ferro con uno spiccato senso dell’umorismo, che fortunatamente conosceva il nostro progetto. Col suo fare sbrigativo ha liquidato immediatamente il commissario che si è congedato con la coda tra le gambe. Di punto in bianco ci siamo trovati in tutt’altra situazione: non solo abbiamo risparmiato la tassa di transito, ma eravamo ora tutti seduti ad un tavolo all’interno del palazzo comunale per una succulenta colazione a base di te, pomodori freschi e fragranti dolci tipici del kazakistan. In pochi minuti tutto era risolto. Avremmo avuto un hotel per due giorni, un bel palco dove fare il nostro spettacolo ed un interprete di lingua inglese a nostra disposizione.Una volta in hotel, rinfrescati e ripuliti, abbiamo organizzato nella sala ristorante una cena -festa: Secondo, come sempre , presi i contatti con lo staff della cucina, ci ha preparato delle ottime penne all’arrabbiata, Andrea nel frattempo ha provveduto a sistemare l’impianto di amplificazione mentre noi tutti abbiamo organizzato la grande tavolata invitando sei ragazze kazake e Roberto, italiano di Torino, ospite dell’albergo e qui presente per motivi di lavoro.
Danze sfrenate fino a mezzanotte coinvolgendo un po’ tutti i presenti in sala. La caratteristica saliente di Petropavlovsk è quella di avere un parco secolare che in realtà è il centro della città. In esso è inserito il nostro albergo e tutta una serie di attrazioni.
Non a caso il mattino seguente ci aspettava il direttore del parco, in apparenza una persona molto seria che avrebbe rivelato di li a poco la sua vera essenza di bambino mai cresciuto. Con lui abbiamo dapprima preso gli accordi professionali per lo spettacolo e poi, dopo averci illustrato le caratteristiche del parco, ci siamo divertiti nel provare ad uno ad uno tutti i giochi del “lunapark”. Immaginate il vecchio sogno di salire su tutte le giostre possibili senza pagare il biglietto e che giostre: il vecchio “calcio in culo” azionato da due motori ad elica ricavati da vecchi aeroplani in disuso; il corrispettivo delle nostre montagne russe che qui si snodano in un monotono itinerario circolare su monorotaia; la ruota panoramica che si muove ad una velocità massima di un giro all’ora. Tutto questo in assoluto silenzio, senza assordanti rumori di allarmi impazziti o musiche ad alto volume, circondati dalla natura. L’unico neo era il karaoke, grande passione del direttore che ha sfidato il nostro Angelo in una gara canora( posta in palio 10 dollari) vincendola grazie ai punteggi telematici che in realtà sembravano più che faziosi. In ogni caso i 10 dollari sono finiti nelle sue tasche, ma in compenso ci ha invitato a bere nella yurta del parco il kumis ( latte di cavalla), bevanda tipica cosacca, e a mangiare dei piccoli calzoni fritti ripieni di carne di cavallo. A seguire una visita al museo della città e nel pomeriggio il nostro spettacolo, particolarmente apprezzato e seguito. A degna conclusione della giornata il direttore ci ha invitato al ristorante per una notevole cena tradizionale kazaka: scambio di doni e brindisi di vodka preceduti da discorsi sempre meno lucidi con l’andare del tempo. L’indomani, nonostante un certo torpore alcolico, abbiamo proseguito i nostri doveri di rappresentanza: al teatro comunale, dove abbiamo incontrato l’intera compagnia stabile che lo gestisce e che ci ha garantito l’organizzazione della replica del nostro spettacolo per il 23 di agosto; al comune di Petropavlovsk, dove, dopo un’abbondante colazione, abbiamo provveduto agli scambi ufficiali del materiale delle nostre regioni. Una menzione a parte va fatta per Lidia , la nostra interprete, sempre puntuale, disponibile ed estremamente professionale. A conclusione di questa magnifica fiaba kazaka sono arrivate anche le scuse ufficiali dalla polizia di frontiera, che ci ha garantito il lasciapassare indiscriminato anche per il ritorno.
Indi per cui questa piccola fiaba non è ancora terminata. Ci risentiremo presto.
Maurizio Serafini, Luciano Monceri
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Angelo Casagrande |
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Un
grazie agli sponsor |
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Di solito, una volta garantiti gli spazi e gli accordi pubblicitari, nessuno pensa più agli sponsors. Nel nostro caso, invece, a distanza di un mese dalla nostra partenza, li stiamo pensando e ringraziando più che mai. La Telecom, ad esempio, oltre ad averci garantito la linea telefonica fino a Kiev ( di più non era possibile), nelle figure di Sergio Cingolani e del dottor De Poi, si è sempre adoperata a contattarci nei nostri domicili provvisori, recuperando via internet tutti i nostri diari e messaggi per l’Italia. Un vero centro di coordinamento e informazione per giornali, parenti e curiosi. La fornitura alimentare della Coal- Crai è stata di vitale importanza. ci ha garantito sempre uno standard alimentare consono alle nostre abitudini evitandoci le classiche infezioni intestinali da viaggio. Ogni sera pensiamo a Giovanni Faggiolati, oltre che per amicizia, perché è il mecenate dell’impianto idraulico ed elettrico del pullman. Con il suo generatore siamo veramente autonomi in ogni situazione ( concerti compresi). FotoCmr è presente in ogni camera, nel senso che tutti i rullini fotografici e le video cassette sono stati forniti dalla premiata ditta di Massimo Zanconi e la qualità ci è dunque garantita. Persichini gomme e la SASP autolinee, fornitura gomme e pezzi di ricambio per il pullman, finora fortunatamente non sono intervenuti, ma i loro doni sono pronti per ovviare a qualsiasi guaio. Come decisiva è stata la revisione del mezzo prima di partire curata dall’ATM di Perugia. Con la Fast Italia ( schede di montaggio audio-video AV master e DV master) e la Elettra Telecomunicazioni
(radiomicrofoni professionali) abbiamo finora garantito un alta qualità tecnica sia durante i concerti che per i montaggi video. Il Corriere Adriatico, che simpaticamente salutiamo nell’interezza della sua redazione, da sempre referenti tra noi e i lettori, dimostratosi ancora una volta attento alle iniziative culturali e di costume che nascono non solo dalle strutture ufficiali. Dulcis in fundo la SMEA, società maceratese di gestione dello smaltimento dei rifiuti urbani che, oltre ad aver fatto un opera meritoria nell’aver contribuito alla partenza da Macerata della feccia urbana, ha legato il suo marchio all’iniziativa dimostrando che l’immagine di una società cittadina ed i problemi ambientali non riguardano solo la nostra piccola realtà territoriale.
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