la storia di Iang Pipol ha
radici lontane. Parte da Strada Statale 16,
un telefilm che Rai3 Marche produsse nel
1981: tre storie intrecciate che si snodavano lungo il
litorale adriatico marchigiano e finivano tutte
malissimo. Fu presentato a non so quale festival di
telefilm e reportage realizzati da tutte le sedi
regionali Rai e arrivò buon ultimo con, mi pare di
ricordare, una qualche nota di demerito. Segno che era
molto buono, insomma. La regia era di Giuseppe
Camilletti, che insieme a Tony Prenna e Massimo
Rogati, ne scrisse anche la sceneggiatura. Le
riprese erano di Carlo Bragoni, che con Daria
Beni cura oggi Iang Pipol, per l’appunto. Per la
scelta delle musiche mi diedero carta bianca e non mi
parve vero di ficcarci dentro -nel 1981- PIL, Devo,
i Teenage Jesus & The Jerks di Lydia Lunch,
DAF, il Bowie berlinese, Gaznevada,
Adam + Ants, Kraftwerk, la Yellow Magic
Orchestra di Sakamoto e un sacco di altra
gente che ora non ricordo ma che sortì, nello
spettatore medio ma non solo, quell’effetto urticante
che volevamo(?) avesse. Le comparse le rastrellammo tra
i vari giri di amici e concerti coinvolgendo un paio di
gruppi punk locali. Rivisto oggi (è stato festeggiato
al Civitanova Film Festival di due anni fa),
nonostante diverse ingenuità, dà ancora diversi giri
di pista a tanta roba gggiovane che viene prodotta con
ben altro impiego di mezzi e di soldi. Forse perché
già eravamo più sei piedi sotto terra che tre metri
sopra il cielo.
Più o meno tre anni dopo per il
mensile Frigidaire, che realizzò una mappatura
dei gruppi italiani in diverse puntate, curai le schede
di Marche e Umbria, giusto per toccare con mano,
poiché cercar di fissare un mondo così magmatico è
come spalare l’acqua del mare coi bastoncini per il
sushi. Problema ancor più grosso oggi che il rock tira,
e per le sole Marche le band attive sembrano essere
1.500, ossia una ogni 1.000 abitanti, più o meno un musicista
ogni 250. Come dire che Iang Pipol può essere
solo la vetrina parziale di un fenomeno, forse meno
scapicollato, ma senz’altro più vasto che in passato.
Tornando alla storia, nel 1998, Carlo e Daria,
raccogliendo un suggerimento della dirigenza regionale
Rai di dare vita a un progetto che parlasse dei giovani,
realizzarono un’inchiesta intitolata Marche Rock,
dove in una manciata di puntate raccontammo quello che
fu il percorso di questa musica, dagli inizi a oggi, qui
da noi e, soprattutto, furono presentati anche diversi
nuovi gruppi a illustrare la realtà che si stava
vivendo in quella fine di millennio. Erano, in nuce,
delle preview di Iang Pipol. Una volta varata, la
rubrica ha visto crescere di continuo il numero di
spettatori negli anni e attualmente la redazione è
subissata da richieste di ragazzi che fanno musica ma
che si occupano anche di arte a vari livelli e che
cercano in quel piccolo spazio del giovedì un minimo di
visibilità, com’è giusto che sia. Un segno tangibile
che, se si vuole, qualcosa di buono si riesce a fare
anche con la televisione.Con il doppio cd omonimo, Carlo
e Daria hanno voluto semplicemente dare vita a un
progetto che riuscisse a documentare quattro anni di
attività di Iang Pipol (non della regione in
sé, che ancora molto ha da raccontare), pescando tra i
gruppi che sono intervenuti e che dimostrano quanto il
suono sia indirizzato a 360°, dal recupero del folk all’electropop,
dal metal allo ska, dal blues al reggae, dalla musica
cantautoriale al caro vecchio rock’n’roll. Niente
male per una regione dove, come sarà capitato anche a
voi di sentir dire da chi proviene dal resto d’Italia,
"sembra che non succeda mai niente"